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Recensione di “Tradurre poesia russa”, di Alessandro Niero

Recensione di "Tradurre poesia russa. Analisi e autoanalisi", di Alessandro Niero

In Tradurre la poesia russa. Analisi e autoanalisi, Alessandro Niero approfondisce i motivi e le dinamiche di un fecondo e duraturo scambio letterario, quello tra la tradizione poetica russa e quella traduttivo-poetica italiana, dal diciannovesimo secolo al secondo Novecento.

Recensione a cura di Giada Ceruolo

 

Io sono ospite delle mia lingua,
un invitato che stenta a esprimersi,
io la forzo come una parlata straniera,
ed essa mi indiavola con mille inganni, mi alletta,
accende in fiamma il mio umore collerico […].”

Angelo Maria Ripellino

Parlare di traduzione significa analizzare e soffermarsi su un’arte, attraverso la quale il traduttore traspone e veicola un messaggio, un concetto, un’idea, da una lingua a un’altra; pertanto, il traduttore rappresenta il filo conduttore tra due realtà che, altrimenti, non avrebbero modo di comunicare tra loro.

Considerato lo scopo e l’uso per cui si necessita di una traduzione, nonché le peculiarità proprie di ciascuna tipologia testuale, il traduttore è chiamato a valutare e ad adottare strategie traduttive ad hoc, a decidere e ad affrontare diverse difficoltà. Di fatto, il traduttore analizza il testo, così come si interroga durante il processo traduttivo, fino alla fase finale e definitiva della traduzione, ossia la consegna.

In Tradurre la poesia russa. Analisi e autoanalisi, edito da QuodLibet, Alessandro Niero espone una trattazione puntuale e precisa sulle traduzioni prodotte da alcuni dei grandi traduttori dal russo verso l’italiano, nonché un’interessante analisi sul proprio lavoro di traduttore. Con questa autoanalisi, Niero intende avvicinarsi al lettore, renderlo partecipe di un “dietro le quinte” inconsueto e speciale, condurlo in un viaggio poetico e letterario attraverso i secoli.

Tradurre poesia russa. Analisi e autoanalisi. Quodlibet, 2019.

Sin dalle prime righe del primo capitolo, ci si imbatte in uno dei pilastri della linguistica, nonché del formalismo russo: Roman Jakobson. Nel celebre saggio del 1930, su Majakovskij dal titolo Una generazione che ha dissipato i suoi poeti (O pokolenii, rastrativšem svoich poetov), il linguista Jakobson scriveva:

Forse la più grande delle arti russe, la poesia, non è diventata ancora veramente oggetto di
esportazione. Essa è troppo intima e indissolubilmente legata alla lingua russa per sostenere le avversità della traduzione.

In altra sede, nel 1959, aggiungerà:

la poesia è intraducibile per definizione. È possibile solo la trasposizione creatrice:
all’interno di una data lingua (da una forma poetica ad un’altra), o tra lingue diverse.

Se così fosse, la poesia risulterebbe intraducibile.

Niero parla di un non-luogo, una sorta di limbo tra la lingua di partenza (LP) e la lingua di arrivo (LA), in cui i versi tradotti devono essere trattati alla stregua di un vero e proprio genere letterario autonomo, distinto dalla produzione diretta nell’idioma di arrivo, ma commensurabile con quest’ultima.

Si tratta di un punto di equilibrio che lascia trasparire la sensibilità della lingua di partenza nella lingua di arrivo; ciò potrebbe risultare possibile attraverso l’uso ponderato di figure retoriche che evocano delle associazioni con la cultura passata e presente della lingua di arrivo. In tal senso, dopo aver individuato la soluzione più congeniale e rispettosa dell’originale, il traduttore traspone il testo poetico nella lingua d’arrivo.

Dal secondo capitolo sino al capitolo conclusivo, Niero esplora e analizza nel dettaglio degli esempi traduttivi emblematici, primo fra tutti quello rappresentato dalle numerose traduzioni italiane dell’Evgenij Onegin. Com’è noto, il capolavoro di Aleksandr Puškin, per tutti i suoi otto capitoli (a eccezione di: “Lettera di Tat’jana a Onegin”, cap.III; “Lettera di Onegin a Tat’jana”, cap. VIII; Presja devušek, cap.III), è suddiviso in strofe di quattordici versi ciascuna.

Il desiderio di rendere accessibile un’opera di tale portata, ha dato origine al filone degli “Onegin italiani”. La primissima traduzione dell’Onegin risale al 1856, diciassette anni dopo la morte di Puškin. Si tratta di un testo in prosa, prodotto dal poeta e traduttore italo-francese Louis Delâtre, il quale, in qualità di primo interprete dell’opera disse:

quando si tratta di un autore moderno, il traduttore credo può prendere qualche licenza col testo per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine cronologico.

Tale libertà, relativa alla decisione di tradurre in maniera più creativa e, sicuramente, meno limitata dalla metrica e dalla riproduzione delle rime, si ritrova ne Il fiore del verso russo, di Renato Poggioli. Di fatto, in un saggio intitolato The Added Artificer e direttamente collegabile all’esperienza del Fiore, Poggioli rivendica questa libertà nell’uso delle forme metriche da adottare:

la traduzione non è, come direbbero gli italiani, un componimento a rime obbligate; il suo metro non è mai dato a priori. La sfida posta dall’originale prevede un numero infinito di soluzioni possibili, e potremmo facilmente citare innumerevoli esempi di poesie tradotte in un discorso privo di metro regolare. […] Potremmo anche elencare alcune delle più rare occasioni in cui un’opera originariamente composta come sermo solutus è stata assoggettata da alcuni dei suoi traduttori al giogo della rima o alla regola del ritmo.

È evidente come il lavoro di Poggioli, concedendosi più libertà semantiche, tolleri poco un confronto puntuale con i testi russi di partenza. In contrapposizione alle critiche, mosse da alcuni nei confronti di Poggioli, è importante menzionare un altro grande traduttore, nonché poeta: Angelo Maria Ripellino; questo non perché l’uno rappresenti la nemesi dell’altro, ma per evidenziare due stili di scrittura e di
traduzione differenti.

Ettore Lo Gatto, eccezionale traduttore, molto presente soprattutto nel capitolo dedicato agli “Onegin italiani”, definisce le traduzioni ripelliniane di Blok, di Chlebnikov e di altrettanti poeti classici e contemporanei come “modelli di competenza linguistica e di gusto artistico”. Mentre, secondo Nullo Minissi:

Ripellino è un lettore dalla sensibilità delicata e diffusa, che trova eguale soddisfazione tanto nel rinnovare in lingua italiana l’opera di poeti affini quanto nella sua propria originale meditazione poetica. Questa sensibilità non spiega solo le sue preferenze ma anche il suo modo di tradurre, esatto nel senso, quasi sempre felice nel metro, ma così diverso dalla maniera del filologo per un timbro, un’aura personali ed esclusivi, molto discreti ma che sempre si sovrappongono al testo.

Proseguendo la lettura, il lettore/discente di Niero passa dal Lenin di Ripellino, che meriterebbe una recensione a parte, al Premio Nobel per la letteratura nel 1987: Iosif Brodskij. La sua prima traduzione in Italia si deve a Giovanni Buttafava, che fu il principale traduttore del poeta russo fino alla seconda metà degli anni Ottanta, quando la sua morte prematura costrinse la casa editrice Adelphi a cercare nuove voci italiane per Brodskji.

Tuttavia, prima della sua morte, Buttafava ha avuto un ruolo importante nella diffusione delle opere di
Brodskji, autore che si avviava a essere uno dei maggiori poeti del secondo Novecento russo. Dopo aver consegnato il primo volume di Brodskji, dal titolo Fermata nel deserto, diversi critici vi lessero degli echi montaliani, tanto che il professor Alfred Sproede disse che il traduttore «era stato tentato di rendere le immagini del poeta russo sotto una luce montaliana».

In aggiunta a Brodskji, Niero menziona un secondo artista del secondo Novecento, esponente della poesia concettualista: Dmitrji Aleksandrovič Prigov. Prigov è un autore che ha saputo dare una svolta, se non alla poesia in quanto tale, all’approccio al fare poesia, apparentemente salvaguardandone le strutture. Prigov si impone in maniera assertiva, costringendo il lettore a tagliare i ponti con ogni residuo di ispirazione intesa in senso tradizionale. È l’intenzione di creare un testo poetico che rompa definitivamente con ciò che è stato.

Alessandro Niero
Alessandro Niero è traduttore e professore di Letteratura russa presso l'Università di Bologna.

Di capitolo in capitolo, Niero apre al lettore una finestra sulla traduzione e su come è stata concepita, affrontata e, soprattutto, prodotta dai traduttori italiani. Tradurre poesia russa è un libro di grande ricchezza contenutistica, che pertanto si consiglia di leggere con attenzione, possibilmente prendendo appunti e consultando i riferimenti bibliografici, utilmente riportati nelle note e in appendice.

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