Kitež: la leggenda dell’Atlantide russa

Varie leggende raccontano che durante l’invasione mongolo-tatara l’intera città di Kitež – tutta, insieme ai suoi difensori, con gli anziani e i bambini – finì sui fondali del lago Svetlojar. Si crede che fu un intervento divino a tenerla nascosta agli occhi del nemico per centinaia, forse migliaia di anni. Se si crede alla leggenda, prima o poi sorgerà un altro insediamento nell’oblast’ di Nižnij Novgorod, che corrisponde all’antica città di Kitež.

 

Ricordate il mito di Atlantide? Il continente che sprofondò nell’oceano, punito dagli dèi perché i suoi abitanti erano caduti nel peccato. C’è una leggenda simile in Russia, ma non ha niente a che fare con i peccati. Anzi, al contrario, le ragioni dell’inondazione della città andrebbero ricercate nella purezza spirituale dei suoi abitanti.

Solo i giusti e i santi possono vedere questa città. Solo i veri religiosi meritano di sentire il suono delle sue campane. La città di Kitež. È una città-leggenda. Ancora oggi molti cristiani ortodossi si riuniscono per fare pellegrinaggi al lago, nelle cui profondità riposerebbe la leggendaria città. Sono passati secoli, ma la gente cerca ancora questo posto. Credono che Kitež si trovi sul fondo del lago, e la loro fede è irremovibile.

Allora perché la leggenda di Kitež è così popolare? Perché la gente non riesce a dimenticare questo posto?

Kitež nella rappresentazione di Ivan Bilibin

La comparsa della città

Gli unici accenni alla reale esistenza di Kitež si trovano nel libro Il cronista di Kitež. Secondo gli studiosi, questo libro è stato scritto alla fine del XVII secolo.

A quanto si dice, la città di Kitež fu costruita dal grande principe russo Jurij Vsevolodovič di Vladimir alla fine del XII secolo. La leggenda narra che il principe, di ritorno dal suo viaggio a Novgorod, si fermò al lago Svetlojar per riposare. Ma non riusciva a riposare: il principe era catturato dalla bellezza di quei luoghi. Immediatamente ordinò di costruire sulla riva del lago la città di Kitež.

Jurij Vsevolodovič, fondatore di Kitež, raffigurato all’ingresso del Cremlino di Nižnij Novgorod

Iniziarono subito i lavori. Appena costruita, la città era lunga 200 sagene (una sagena è la distanza tra le estremità delle dita delle mani divaricate, circa 1,6 metri), e larga 100 sagene. Furono costruite anche diverse chiese e, per l’occasione, i migliori artisti iniziarono a “dipingere immagini”.

Numerose chiese e anche icone: cosa può volere di più un uomo russo semplice? La città non tardò a diventare nota come un luogo “santo”, e la gente si riversò al lago Svetlyj Jar.

 

Svetlojar

Il lago Svetlojar si trova nell’oblast’ di Nižnij Novgorod. È stituato vicino al villaggio di Vladimirskoe, distretto di Voskresenskij, nel bacino del Ljunda, un affluente del fiume Vetluga. Il lago è lungo 210 metri e largo175 metri e l’area totale dello specchio d’acqua è di circa 12 ettari.

Non c’è ancora un parere unanime su come il lago sia nato. Alcuni insistono sulla teoria glaciale della sua origine, altri difendono l’ipotesi carsica. C’è una versione secondo cui il lago si sia originato dopo la caduta di un meteorite. La parola “Svetlojar” può essere tradotta come “Lago luminoso”.

 

L’invasione mongola della Russia

Erano tempi tutt’altro che pacifici e idilliaci. Divisioni tra principati, incursioni di tatari e bulgari, predatori della foresta (fuori dalle mura della città, poche persone osavano uscire senza armi). E nel 1237 la Russia fu invasa dai mongolo-tatari guidati da Batu Khan.

Ora dimentichiamo la leggenda per un po’ e passiamo alla storia.

Diorama “Difesa eroica della vecchia Rjazan”

I principi di Rjazan furono i primi ad essere attaccati. Cercarono di chiedere aiuto al principe Jurij di Vladimir, ma egli si rifiutò di aiutarli. I tatari devastarono Rjazan senza difficoltà; poi passarono al principato di Vladimir. Il figlio Vsevolod, inviato da Jurij, fu sconfitto vicino a Kolomna e scappò a Vladimir. I tatari assediarono Mosca e fecero prigioniero un altro figlio di Jurij, principe di Vladimir.

Il principe Jurij, quando lo seppe, lasciò la capitale ai suoi figli Mstislav e Vsevolod. Si mise a radunare i suoi eserciti. Si accampò vicino a Rostov sul fiume Sit’ ad aspettare i suoi fratelli Yaroslav e Svyatoslav. Senza la supervisione del granduca, tra il 3 e il 7 febbraio Vladimir e Suzdal furono prese e devastate, e la famiglia di Jurij Vsevolodovič morì in un incendio.

Il principe fece appena in tempo ad apprendere la morte della famiglia. Quello che gli riservò il destino fu davvero poco invidiabile: il 4 marzo 1238 Jurij morì in una battaglia contro le armate di Batu Khan al fiume Sit’. Il vescovo di Rostov, Kirill, trovò il corpo decapitato del principe sul campo di battaglia e lo portò a Rostov. Più tardi la testa fu trovata e riattaccata al corpo.

La morte di Jurij Vsevolodovič

Qui finiscono i fatti reali, quelli confermati dagli scienziati. Torniamo alla leggenda.

Batu Khan aveva sentito parlare delle ricchezze che erano conservate nella città di Kitež, e per questo inviò una parte dell’esercito nella città santa. La spedizione era poco numerosa: Batu Khan, infatti, non si aspettava resistenza. Le truppe marciarono verso Kitež attraverso la foresta, tagliando una radura lungo la strada. I tatari erano guidati dal traditore Griška Kuter’ma. Egli fu catturato nella vicina città di Malij Kitež (ora Gorodec). Griška non resistette alla tortura e accettò di mostrare la strada per la città santa. Ahimè, Kuter’ma non fece il Susanin[1] della situazione: Griška condusse veramente i tatari a Kitež.

In quel terribile giorno, non lontano dalla città, tre guerrieri di Kitež erano di pattuglia. Furono i primi ad avvistare i nemici. Prima della battaglia uno dei guerrieri disse a suo figlio di correre a Kitež e di avvertire gli abitanti della città. Il ragazzo si precipitò alle porte della città, ma una freccia feroce scagliata da un guerriero tataro lo raggiunse. Tuttavia, il ragazzo coraggioso non cadde. Con una freccia nella schiena, corse verso le mura e riuscì a gridare: “Nemici!”, e solo allora cadde morto.

I Bogatyr, nel frattempo, cercavano di trattenere l’esercito del Khan. Nessuno è sopravvissuto. La leggenda narra che una fonte sacra, chiamata Kibelek, apparve nel punto in cui i tre guerrieri perirono: l’acqua sgorga ancora oggi.

Una variante della leggenda sostiene che San Giorgio stesso scese sulla terra per aiutare i difensori di Kitež. Ma il cavallo di San Giorgio inciampò. Allora il santo realizzò che salvare Kitež non era il suo compito. E si ritirò. E in quel luogo, dove cadde lo zoccolo del cavallo, la fonte sacra Kibelek si riempì d’acqua.

 

I mongoli-tatari assediarono la città. I cittadini si resero conto che non avevano alcuna possibilità. Una manciata di persone contro l’esercito ben armato e organizzato di Batu Khan equivaleva a morte certa. Tuttavia, i cittadini non si sarebbero arresi senza combattere. Marciarono verso le mura, con armi e icone e croci in mano. La gente aveva pregato dalla sera e per tutta la notte. I tartari aspettavano il mattino per iniziare l’attacco.

Allora accadde un miracolo: le campane della chiesa cominciarono a suonare, la terra tremò e, davanti agli occhi dei tatari sconcertati, Kitež cominciò ad affondare nelle acque del lago Svetlojar.

“E la grande Kitež divenne invisibile, custodita dalla mano di Dio. Così, alla fine della nostra epoca travagliata e lacrimevole il Signore, coprì quella città con  il suo palmo.”

 “Il racconto e la ricerca della città nascosta di Kitež”

К. Gorbatov. “La città invisibile di Kitež”

La leggenda è ambigua. Le persone la interpretano in modi diversi. Alcuni dicono che Kitež affondò sott’acqua, altri dicono che sprofondò nel terreno. C’è chi sostiene la teoria secondo cui i tatari proteggevano la città dalle montagne. Altri credono che la città si sia elevata in cielo. Ma la teoria più interessante dice che Kitež è semplicemente diventata invisibile. Non è chiaro, però, perché fino ad ora nessuno si sia mai imbattuto, neanche per caso, nella città.

Storditi dalla potenza del “miracolo russo”, i tatari fuggirono in massa. Ma l’ira divina li colpì: alcuni furono divorati dalle bestie, altri si persero nei boschi, o semplicemente sparirono, portati via da una forza misteriosa.

La città, invece, scomparve. La leggenda dice che sarebbe “riapparsa” nel giorno del giudizio. Il giorno in cui i morti risorgeranno dalle loro tombe, anche Kitež risorgerà dalle acque. Ma sarebbe possibile vederla e persino raggiungerla ora. Solo un uomo senza peccato potrebbe scorgere il riflesso delle cupole delle chiese e dei muri di pietra bianca nelle acque del lago Svetlojar.

Kitež al giorno d’oggi

Torniamo ora a un’epoca più vicina alla nostra.

La leggenda della città di Kitež ha elettrizzato le menti degli intellettuali. Soprattutto scrittori, musicisti e artisti. Lo scrittore del XIX secolo Pavel Mel’nikov-Pečerskij, ispirato dal lago Svetlojar, ne raccontò la leggenda nel suo romanzo “Nei boschi”, così come nel suo racconto “Griša”. Il lago fu visitato da Maksim Gor’kij (nel saggio “Bugrov”), da Vladimir Korolenko (il ciclo di saggi “In luoghi desolati”), e da Michail Prišvin (nel saggio “Il lago luminoso”).

Nikolaj Rimskij-Korsakov  scrisse un’opera sulla città misteriosa intitolata “La leggenda dell’invisibile città di Kitež”. Il lago è stato rappresentato nei dipinti degli artisti Nikolaj Romadin, Il’ja Glazunov e molti altri. Le poetesse Achmatova e Csvetaeva menzionano Kitež nelle loro opere.

Set di Ivan Bilibin per l’opera di Rimsky-Korsakov

Oggigiorno, la leggenda di Kitež ha attirato l’interesse degli scrittori di racconti fantastici e, in particolare, del genere fantasy. È chiaro il perché: l’immagine della città nascosta è un topos romantico e si adatta perfettamente a un’opera di fantasia. Tra le opere di questo tipo si possono citare, ad esempio, il racconto “I martelli di Kitež” di Nick Perumov e “Spostamento verso il rosso” di Evgenij Guljakovskij.

Nel telefilm sovietico “Maghi”, basato sul romanzo degli Strugackij “Lunedì inizia sabato”, un operaio di una fabbrica di strumenti musicali si reca nell’immaginaria Kitežgrad. Vuole salvare la sua sposa dagli incantesimi malvagi e si ritrova nel regno dei maghi buoni e cattivi.

Il lago Svetlojar oggi

Naturalmente, anche gli scienziati non hanno ignorato il mistero di Kitež. Più di una volta sono state inviate spedizioni al lago Svetlojar. Purtroppo, le perforazioni sulle rive del lago non hanno rivelato nulla. Nemmeno le ricerche degli archeologi hanno portato a niente. Non c’era traccia della misteriosa città nelle vicinanze del lago. Negli anni ‘70 del secolo scorso la spedizione fu organizzata dalla “Literaturnaja Gazeta”: dei subacquei addestrati sono scesi sul fondo del lago. Il loro lavoro non è stato facile, poiché la profondità del lago supera i 30 metri. In profondità ci sono molti tronchi e alberi affondati.

Purtroppo non hanno trovato nessuna prova inconfutabile dell’esistenza della città. Per i credenti questo fatto non significa nulla, naturalmente. Si sa che Kitež non rivelerà i suoi segreti ai blasfemi.

Sono venute fuori ipotesi secondo cui Kitež non era affatto sul lago Svetlojar. Subito sono emersi altri presunti luoghi di “dimora” della città santa. Si parlava persino della Cina, come se Kitež e la leggendaria Śambhala fossero lo stesso luogo.

Nikolaj Rerich “Canto di Śambhala”

Nei tempi moderni, gli studiosi hanno dimenticato Kitež: non è più degna di attenzione. D’altra parte, la leggenda è stata un tempo speculata da uomini d’affari che speravano di trasformare i racconti in una fonte di autofinanziamento.

Oggi il territorio del lago è sotto la protezione dello Stato. Il lago e i suoi dintorni fanno parte di una riserva protetta dall’UNESCO. Ogni anno il 6 luglio, nel giorno dell’icona Theotokos di Vladimir (nota anche come Madonna di Vladimir), i fedeli ortodossi fanno una processione che parte dalla chiesa di Vladimir, situata nel villaggio di Vladimir, e arriva fino alla cappella in nome dell’icona di Kazan della Madre di Dio. Questa cappella fu costruita vicino al lago Svetlojar alla fine degli anni ‘90.

Gli ortodossi pregano sulla riva del lago. Qualcuno guarda di sottecchi il suo riflesso nel lago per vedere se si riesce a scorgere Kitež. Alcuni credono che la terra presente sul luogo santo guarisca i malati. La prendono dalle tombe degli “eroi assassinati” e poi la portano a casa con bottiglie di plastica riempite d’acqua della fonte sacra. Si crede che l’acqua di Svetlojar non si guasti, anche se rimane in bottiglia per diversi anni.

Cappella della Madonna di Kazan sulla riva di Svetlojar

Utopia russa

La città di Kitež è un simbolo di qualcosa di inaccessibile, ma desiderabile. È un luogo celeste in cui i giusti possono fuggire dalle difficoltà di un mondo crudele. Che Kitež sia esistita o meno, la bella leggenda offre speranza ai disperati. In passato, i poveri contadini fuggivano alla ricerca della terra fertile, e ora ci sono fanatici che fuggono nelle foreste di Nižnij Novgorod, dove si nascondono dalla vita moderna.

Kitež è un’utopia russa. È un luogo favoloso pieno di ogni ben di Dio. Per molte persone è un paese-Fantasia, uno stato fiabesco governato da bontà e giustizia. La caratteristica principale nell’utopia di Kitež è che la gente ha proprio bisogno di una città del genere. E se questa leggenda non esistesse, ne inventerebbero un’altra. La gente ha bisogno di credere che sia possibile fuggire da questo mondo pieno di dolore e disperazione. La gente ha bisogno di un posto in cui andare a rifugiarsi. Almeno nelle loro menti. E quel posto è diventato la santa città russa di Kitež.

Konstantin Gorbatov “La città sommersa”

Belovodje

Molte leggende medievali raccontano di regni del Bene e della Giustizia, come Kitež. In questi “luoghi nascosti” è come se ci si potesse nascondere, fuggire dalle macchinazioni del male. Uno di questi luoghi è il magico paese di Belovodje. È un paese fiabesco, sede di saggi che garantiscono la vita eterna e la conoscenza intima del passato. Secondo la leggenda, il paese si trova da qualche parte sui monti Altaj.

Dopo l’introduzione della servitù della gleba in Russia, molti contadini partirono per l’est. Nel XVII secolo, i coloni russi si trasferirono sui monti Altaj. La ragione non era solo la “ristrettezza” e la povertà della Russia centrale, ma anche la speranza di trovare Belovodje. Circa alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo venne pubblicato “Il viaggiatore Mark Topozerskij”, in cui veniva descritta la strada per raggiungere Belovodje. “Il viaggiatore” indicava la strada passando per Krasnojarsk e per la Cina fino al regno di “Opona” (Giappone), che si trova nel mezzo del “mare-oceano” di Belovodje.

In Russia ci sono veri e propri “Kiteži”: città e villaggi inondati durante la costruzione di bacini. Nella foto si vede Krokhino nell’Oblast’ di Vologda

[1] Il termine “Susanin” è divenuto, nel linguaggio corrente russo, un modo ironico per indicare una persona che si presta a condurre in un posto dicendo di conoscere la strada, ma che non riesce nell’impresa. [nota del traduttore]

 

FONTE: mirf.ru ,04/02/2017 – articolo di Vladimir Danikhnov

Traduzione di Lucia Cervellino. Nata nel 1998 in Basilicata, dal 2016 vivo a Milano, città in cui mi sono addentrata nella lingua e nella cultura russa grazie allo studio della lingua all’Università IULM, dove ho conseguito la laurea magistrale in Traduzione specialistica. La traduzione per me è il giusto compromesso tra il mio immenso amore per la lettura e la volontà di rendere accessibile la “diversità” culturale a quante più persone possibili.

 

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