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E Tik, e Tok, e qualcosa non va

Sui social network e le battaglie di frontiera tra i Boomer e gli Zoomer

C’era una volta ICQ e ICQ fu una cosa buona. Per coloro, chiaramente, che avevano un collegamento via cavo che funzionava bene con il caratteristico suono della linea telefonica fissa, oggi familiare solo agli esteti di Shazam. ICQ era uno degli antenati dei moderni Messenger, Whatsapp e Telegram.

Lo si utilizzava ed era di moda e molto comodo. Se, chiaramente, non si staccava il cavo. C’era anche IRC, ma se lo ricordano solo i più anziani. E c’erano anche le chat (ad esempio si ricordano la famosa chat “Krovatka” tutti quelli che in generale ancora si ricordano com’era ficcare il cavo telefonico nel computer e restare sulla linea di un numero di città per molto, molto tempo, perché Internet era proprio là).

Diversi anni dopo ICQ e Krovatka sono stati brutalmente sostituiti da Twitter, dove il numero di parole e lettere per mandare un saluto passionale è, anche qui, rigidamente limitato. Tuttavia, su ICQ gli emoticon erano molti di più, ancora adesso quelle faccine e quei suoni che avvisavano di un nuovo messaggio sono molto ricercati e molti li impostano sul proprio telefono come i veri intenditori, ma solo tramite delle applicazioni apposite.

 

Poi è arrivato LiveJournal. In realtà esiste ancora e vi si trovano persino discussioni animate e post attuali. Lì si poteva scrivere nel Privato o Pubblico, si potevano creare dei post enigmatici “non per tutti”, bannare gli indesiderati ecc. Ma nel XX secolo bisogna comunque saper leggere (molto e ad alta voce) e scrivere (anche in questo caso molto e in modo interessante, affinché i follower non smettano di seguirci). Già allora avevano iniziato a introdurre nel vocabolario quelle paroline tipo “friend-only” e “friendzone”. Cioè se non sei nell’elenco degli amici dell’autore nel XX secolo, allora non ti è concesso vedere i suoi pensieri reconditi. Se, ovviamente, quello stesso autore si degna di scrivere qualcosa. Un diario è sempre un diario. Per le annotazioni, per la cronaca dei propri giorni sulla terra, per le cose private.

Poi sono arrivati loro. “I compagni di classe”. L’idea era semplice e bella: dopo anni ritrovare i compagni con cui si correva per i corridoi, si ricopiava algebra sul davanzale e si rappresentavano le scenette di “Tom Sawyer” alle recite scolastiche. Ma ben presto questo social iniziò a mercificarsi, il pubblico a esaurirsi e l’interesse degli utilizzatori del sito a calare, come un mattone che va a fondo.

 

La staffetta però l’ha afferrata “Vkontakte”, che poi è diventato semplicemente il modesto VK. Questo social era ben più interessante e si iniziavano a cercare non solo i compagni di classe, ma in generale le persone e le pagine di interesse. Ma, come anche tutte le altre piattaforme di questo tipo su Internet, anche VK si è gradualmente trasformato nell’ennesimo mercato, o, come è di moda dire adesso “un vero e proprio marketplace”, dove si vendono delle master class per modellare la creta, dipingere la natura morta, imparare a nuotare nelle acque dell’Oceano Pacifico dai migliori blogger russi Gavajščiny e Phuketčiny e corsi simili di taglio e cucito su legno e metallo. È comparso anche il concetto di “lista nera”, dove si possono inserire coloro che già da tempo avrebbero dovuto essere bannati dalla vita, senza ricorrere ai servizi del Ministero degli Affari interni del proprio quartiere.

E poi è arrivata lei. “Insta”. Ed è successo di tutto. Gli algoritmi di estradizione e sostituzione della generazione “pepsi” con la generazione dei millenials e zoomers, dopo feroci battaglie con la next generation sotto i balconi dei boomer, hanno rafforzato quello stesso clip thinking che ora trionfa e gode delle disgrazie altrui – l’attenzione dei lettori non si mantiene per più di ben 10 secondi e “bisogna fare in tempo”. Il valore di qualunque massima ricca di idee è praticamente zero- dopotutto sullo stesso Youtube lo spettatore è tanto più di valore quanto più a lungo si trattiene a guardare; TikTok invece è del tutto impietoso per quanto riguarda la qualità di ciò che viene pubblicato. Inoltre, tutti questi contenuti e visualizzazioni non possiedono alcuna relazione con la realtà, poiché mentre mi siedo davanti a un pranzo totalmente offline tra la pioggia e l’attesa di una favola di concerto a teatro, da qualche parte là, nei pixel lontani, tutto brucia, duole e accade.

I social sono sicuramente una comodità. Lì possiamo essere i famigerati “noi” e i divertenti “noi” e persino, se ci si impegna molto, noi stessi. Ripulendo, in via preliminare, gli elenchi di iscritti, amici e amici di amici, con cui ci si vergogna di andare persino al museo, ovviamente.

Su questi siti mi invitano continuamente agli incontri “semplicemente così, su niente in particolare e per forza su Petya”. Lì leggono i miei articoli, preparano la lasagna sotto i riflettori e corsi su come scrivere lettere e senza mai stancarsi scrivono, scribacchiano commenti, malgrado le tariffe di Internet dedicato e non.

E anche adesso, in questa pandemia degli anni ’20, succede che si pianificava una cosa, e al mattino tutto diventa improvvisamente codificato ed è ora necessario entrare in alcuni buffet e persino teatri, fruscianti rumorosamente non con un vestito, ma con un QR code personale.

Ebbene, mentre mi siedo a pranzo, mangiando un’oliva assolutamente offline con una zuppa anch’essa offline, ma autentica, in un buffet di San Pietroburgo con un servizio piuttosto rapido, nelle vicinanze, completamente senza contatto fisico e impunemente, ha luogo un flashmob “in ogni luogo della vita”, al quale prendono parte attiva per lo più i giovani urlanti di 12 anni mischiati con i “vecchi”. Tutti mangiano e postano tenacemente. Postano e mangiano. Un dessert di tre centimetri, appena servito dalle mani del cuoco, all’inizio viene immancabilmente inviato a un servizio fotografico forzato con una luce precedentemente impostata; dopo di che viene minuziosamente filtrato, preparato e stratificato, condito con una salsa con un nome alla moda e pubblicato in fretta su Instagram, Telegram e altri surrogati del telegrafo. E solo successivamente, se il dessert è fortunato, viene inviato nel tratto gastrointestinale di qualcuno. Ma questa descrizione non è accurata. Alla fin fine non siamo venuti al buffet per mangiare. La cosa importante è postare! Poiché, e questo è noto ai “vecchi”, ai “boomer” e alla generazione non attuale della “pepsi”, il comandamento più importante della vita culinaria e sociale contemporanea qui è diventato più glamour e suona così: “Non l’hai postato, quindi non è successo!”.

D’altra parte, la dura realtà invade ancora i tavoli e l’azione di Instagram in nessun modo cancella le tradizionali crisi isteriche di bambini e giovani dai 5 ai 50 anni sul tema “io questo non lo mangio”. Così come non sostituisce né il gusto, né il contenuto calorico del cibo filtrato e versato.

Tutto ciò a volte ricorda il dramma dei tre semestri noto con il nome, in codice legale, “salario maturato ma non pagato”, per il quale, secondo le terribili leggi russe e i codici conciliari, bisognerebbe essere impalati in modo poco instagrammabile. Ma qui non funziona così, questo è social, glamour e clamore. Qui bisogna essere morbidi, unici e sinceri.

Proprio i social in modo particolarmente incisivo ci fanno capire il tutt’altro che nuovo “è meglio amare a distanza” e non importa se si parla di una borsa eccessivamente costosa fatta in vera similpelle, decorata di proprio pugno da un designer di moda con fango fresco, oppure di donzelle super raffinate, che arrancano come delle papere per la strada con i tacchi a spillo e lo smalto sulle unghie. La “realtà” e “Instagram” sono molto diversi per la stragrande maggioranza della popolazione.

Ma c’è anche del buono. Sui social, o meglio attraverso essi, si può trovare un lavoro del tutto dignitoso. Io l’ho trovato così, quando mi licenziarono contemporaneamente da due lavori. E no, non si tratta di vendere della presunzione a peso tramite le cold calls e non si tratta neanche della commercializzazione di aspirapolveri, ma un classico lavoro universitario con standard educativi statali federali, RPD, KPD e altri temi avvincenti nell’università principale del nostro paese. Infatti, se tu continui a mostrare pubblicamente i risultati della tua fatica, che sia intellettuale o fisica, e lasci entrare un po’ nella tua visione del mondo persone di diverse città e paesi, allora a un certo punto si trovano delle persone affini non solo per quanto riguarda il taglio e cucito, ma anche nell’ambito di un lavoro del tutto serio e retribuito. Tu pubblichi, ti vedono, ti ricordano. A un certo punto alla fine ti “huntano” – anche questa una parola di ultima generazione, per la cui comparsa e diffusione ringraziamo le reti, tra cui quella professionale, magnificamente chiamata Network.

La domanda è se funziona o meno questa così popolare “promozione del brand personale”. Sì, come dice la mia amica, citando i classici – “la cosa più redditizia è vendere alle persone i loro sogni”. Non sto commercializzando nulla io (beh, come si fa a vendere la motivazione con il passaparola a uno studente poco interessato alla formazione secondo l’organico), ciononostante, ne faccio uso. Questo principio funziona veramente.

 

Le persone (non amo il termine snob “abbonati”, non sono mica un giornale) guardano il mio Facebook e vedono cosa ho fatto di utile (e io, in quanto utente molto pigro, riservato e in generale terribilmente introverso, pubblico un post con contenuto a mio nome una volta ogni due settimane al massimo e non pianifico di accelerare particolarmente il battito cardiaco della mia rete social). Ciò che pensano di tutto questo, in verità, io il più delle volte non lo so. Piuttosto, non so per certo cosa pensano veramente. Ma, com’è noto, qualunque pubblicità (compresa quella social) è meglio di un necrologio, e questo è l’importante. Per leggere, leggono. Per guardare, guardano. Odiano regolarmente. E quanto! La cosa importante è che non possono dimenticare!

Ecco in questo, sembra, consiste la differenza quasi principale tra i social e le riviste cartacee – in queste ultime, purtroppo, ricordando l’attore Hugh Grant in Notting Hill, la mattina dopo avvolgeranno il pesce. Ma una pagina su un social, creata con amore e coltivata per anni, vivrà anche dopo di me. Anche se non scrivo un’opera epocale “sulla scienza”, o, scusate, un libro di testo secondo la pianificazione della casa editrice universitaria.

Una volta immersi nei social, nel tentativo di vivere correttamente e scrivere nei quadretti, è importante, del resto, restare vivi e saper distinguere il gustoso e commestibile dall’instagram-caramello e da qualche aperol di ultima moda a Parigi all’acqua minerale totalmente sgradevole al gusto, dal quale scaturisce un’ondata di like.

Se ai tempi della mia infanzia negli anni 80-90 i vicini di casa o all’ingresso avevano una festa, una nascita o un brodo di pollo con la citronella raccolta a mano, lo sapevano solo gli invitati in platea e i vicini di piano, che sentivano il profumo tramite il condotto di aerazione in comune. Adesso, del menù del bambino, il quale si è degnato di condividerlo con il gatto dalle orecchie pendenti di razza (poiché, come già noto al piano, all’entrata e alla casa, i bambini non mangiano la kasha di semola con il burro e la panna, mentre i gatti di razza, e non, la divorano completamente usando entrambe le guance paffute, allontanando lo sfortunato infante), lo sanno subito non solo il piano, la casa e l’ingresso, ma tutto il vicinato.

Così viviamo.

È diventato di moda non solo incontrarsi per il tè, o sotto all’orologio, o al bar, ma per “de-virtualizzarsi” completamente, e non semplicemente da qualche parte là, ma in un angolo alla moda appena dipinto con vernice a gesso di un complesso industriale alimentare al posto di un ex fabbrica, che ha dato da mangiare a più di una generazione. Così si fa. Così è di moda. Tuttavia, è diventato di moda anche scacciare gli sfortunati fan e le persone che chiedono semplicemente di diventare amici con un arrogante “io non incontro i follower”. Vale a dire che sulla rete di internet noi non ci sentiamo più solo Kolya o Dasha, ma un’intera rivista, come minimo, oppure, così è più forte – un mass media, il quarto potere, arbitri e padroni eccetera, eccetera. Ciò gonfia notevolmente l’ego e soffia via il valore della profondità e del significato di ciò che crei con te stesso e con gli altri. Ahimè.

Inoltre, sulla rete social è comodo lanciare qualsivoglia appello, realizzare un flashmob, chiedere un consiglio su un modello di telefono, notebook e collant per essere glamour durante il periodo autunnale. Questo di solito suona spaventosamente presuntuoso, un po’ come: “in questa stagione la calza di design in color oliva viola con sfumature di mirtillo rosso è un ovvio must-have”, il che per la generazione passata suona come “tutti indossano le calze di colore indefinito, perché non c’è semplicemente alcun posto dove vendere questo errore di produzione”. Fine. E per nessuno, in generale, è importante che questa oliva violacea, che è rimasta troppo a lungo in magazzino come una merce difettosa e illiquida persino per gli standard di un barbone, non si abbina con niente e a nessuno nel guardaroba e non dona a un buon 90% di utilizzatori, che l’hanno acquistata benevolmente per la felicità del responsabile del magazzino per via dell’evidente difetto di fabbrica.

Plasmare, tagliare, cucire, trattare e commercializzare con tutto questo quasi come da una bancarella è diventato di gran lunga più semplice e veloce online e tramite i social. Noi già di abitudine ridiamo delle immagini con le massime in stile “te l’ho scritto in privato” provenienti dalla bocca di venditrici del pesce al mercato. Però si può, mettendosi le mani sui fianchi per mostrare rispettabilità, affermare così in modo figo: “sì, io ho un business digitale”. Comunicare al mondo che vendi calze lavorate a maglia non suonerebbe altrettanto bene.  

Sempre lì, sui social, è nata la nuova parolina “influencer”. Le malelingue bisbigliano, che questo è un nuovo eufemismo per il cacofonico “pettegolo da mercato”.  L’influencer, però, in effetti, è come una ciambella: “il pettegolo” non può vendere nulla e le ciambelle si possono vendere se possibile in un pacchetto da dieci in una serata piovosa, mentre “le cose da insider dell’influencer” vanno a ruba come i pirozki caldi (o, meglio, i bagel) a meno 30 nel pomeriggio.

In verità, accanto agli splendenti blogger e influencer, abbiamo interiorizzato anche parole con un significato più triste e ringraziamo i social per questo. I gruppi di sostegno per le vittime di violenza ci hanno costretto a prendere in mano i nuovi studi di psicologia e a determinare in base ad alcuni tipici punti dolenti chi è l’abuser, il narcisista-perverso e come si differenziano dal banale manipolatore con il pick up artist tra le braccia. In generale si è iniziato un po’ a separare il grano dalla zizzania e a capire cos’è bene, cos’è male e cos’è molto male.

Siamo già abituati al fatto che un tweet possa causare un crollo delle azioni in borsa, mentre i post sui social network si dividono senza pietà tra “che vendono” e non molto.

Qui è “un altro mondo, un bosco incantato”. Qui si raccolgono fondi per la cura dei bambini abbandonati alla mercé dell’assicurazione medica obbligatoria e sempre qui, con fare presuntuoso, si annuncia lo stop alle vendite del ventesimo iPhone, delle scarpe da ginnastica placcate in oro zecchino e, chiaramente, si prende appuntamento per la manicure. Qui sorgono le stelle di Instagram e si spezzano i sogni dei maestri delle sopracciglia. Qui si fanno, in senso letterale, le condizioni per “entrare nel flusso”, si formano l’aura, il karma e l’imbuto di vendite, si avvolge lo shawerma artigianale e si ricavano le risorse comunicative.

E questa è una nuova realtà, dove è così facile dimenticare che non hai cinque vite, ma solo una, che bisogna conservare. Qui e ora.

FONTE: gazeta.ru, 08/12/2021 – di Natal’ja Piskunova, Traduzione a cura di Eleonora Groppi

Eleonora Groppi

Da quando ho avuto l’occasione di studiare la lingua e la cultura russe all’università, non ho mai smesso di innamorarmi di tutte le loro sfaccettature. Tradurre è per me un modo per rendere accessibile a tutti questa meravigliosa cultura.