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Il primo giorno in libertà

Gli attacchi di gioia, gli esaurimenti nervosi e la grande sofferenza delle vittime di persecuzioni politiche appena uscite dai lager.

A cura di Evgenija Gužva, Anastasija Kamenskaja, Dar’ja Karetnikova, Anna Pestereva, Anastasija Tal’čuk, Dmitrij Šabel’nikov.

Il materiale è stato raccolto in occasione della tavola rotonda tenuta dall’associazione «Memorial» per il  Giorno  della Memoria delle Vittime delle Repressioni Politiche[1]. Tutte le testimonianze provengono dall’archivio di «Memorial». Gli interventi sono stati leggermente ridotti; l’ortografia e la punteggiatura degli autori sono, per la maggior parte, originali.

 

 Valigia di legno fatta in casa. Apparteneva a Vera Bronštejn.Il fondo e il coperchio sono fatti di listelli di compensato recuperati dalle scatole per le spedizioni; i manici, di tela cerata.© «Meždunarodnyj Memorial»

23 maggio 1949. Nina Bardina

Nina Bardina, nata nel 1921, fu arrestata in seguito a una denuncia nel 1942 e successivamente condannata alla fucilazione. Tuttavia, la pena di morte fu sostituita da sette anni di lager e cinque anni di mancato riconoscimento dei diritti.

Era stato deciso che sarei andata a vivere con Larisa, un’assistente di laboratorio libera. Era davvero strano camminare per le stanze del suo appartamento e vedere in giro forchette e coltelli, che non vedevo da sette anni. A dire il vero, il passaggio dalla prigione alla libertà è molto difficile; per me, è stato peggio del passaggio dalla libertà alla prigione. Il primo giorno, seduta a un tavolo con la tovaglia bianca, prendendo in mano le posate, scoppiai in lacrime, con le mani che tremavano. Nessuno capiva cosa fosse successo, ma per me era stato un gesto incredibilmente faticoso. Solo allora, in queste piccole cose, capii di che cosa ero stata privata in tutti quegli anni, e di come quel periodo mi avesse trasformata, se solo la vista di una forchetta mi riempiva gli occhi di lacrime.

Quando incontravo qualcuno che conoscevo, tutti si congratulavano per il mio rilascio, ma io restavo di pietra, non esprimevo alcuna gioia. Non sapevo più  rallegrarmi di nulla, mi ero dimenticata di come si facesse, e ora ero come un bambino appena nato, che non sa deglutire né succhiare il latte; sa solo avvicinarsi d’istinto al seno della madre, ed è lei che deve insegnarglielo  per  sopravvivere.

Quella sera venne apparecchiata la tavola e tutti levarono i bicchieri di champagne per fare un brindisi. Io mi spaventai…lì, seduta a quel tavolo, mi sembrò all’improvviso di essere in un sogno da cui volevo svegliarmi. Mi alzai per andare alla porta ma caddi, iniziai a urlare e infine svenni. Quando mi svegliai, vicino a me c’era un dottore. Mi sembrò di essere scappata dal lager, ebbi paura e desiderai essere di nuovo lì. Presto tutti se ne andarono e mi lasciarono con la padrona di casa.

Quella notte rimasi in camera da sola, e sentii un forte dolore alla parte inferiore della schiena. Fino a quel momento mi ero completamente dimenticata della mia condizione: ero incinta…il dolore si fece sempre più forte e quando Larisa entrò nella mia stanza e mi vide si spaventò; capì subito che ero incinta ed erano iniziate delle contrazioni. Mi disse subito che dovevo andarmene: il marito era un membro del partito, alla fabbrica dove lavorava lo avrebbero scoperto subito e avrebbero passato molti guai. Come ho già detto, a quei tempi l’aborto era punito con il lager.

Era stata tutta colpa dei miei nervi, della crisi che avevo avuto quella sera, del mio crollo psicologico, ma chi ci avrebbe creduto? Cercai di convincerla che non si trattava di un tentativo di aborto. Mi alzai, misi il cappotto sopra la camicia da notte, le scarpe, e uscii di casa. Le contrazioni diventavano sempre più intense e gli intervalli di tempo tra una e l’altra si accorciavano. Non sapevo dove andare né da chi. Allora andai sull’Enisej.

Non conoscevo la città e non c’era nessuno a cui chiedere indicazioni, visto che erano le prime luci dell’alba e la statale era vuota. Ma in passato, quando giravo sotto scorta, sentivo e vedevo quegli uomini indicare la sponda di un fiume e dire che quello era l’Enisej. Camminavo, accasciandomi di tanto in tanto sul ciglio della strada, e sognavo solo di arrivare al fiume il prima possibile. Non sapevo perché ne ero così attratta, ma poi, sdraiata in ospedale e rispondendo alle domande del medico, mi diedi da sola la risposta: stavo correndo lì per annegarmi. Poi ero svenuta, non ricordavo nulla. Mi svegliai in ospedale, sul tavolo operatorio. Nel mio stato di incoscienza mi ricordai di una cosa: «non ho il passaporto!» (Non ero ancora riuscita a ottenerlo). Senza luogo di residenza, il dottore mi guardava come un’ex detenuta che stava abortendo. Le mie condizioni restarono gravi per due giorni.

Accendino fatto in casa utilizzando un bossolo. Fabbricato in un lager vicino a Vorkuta tra il 1935 e il 1938. © «Meždunarodnyj Memorial»

4 Giugno 1948- Pavel Gusev

Pavel Gusev, nato nel 1925, fu arrestato nell’estate del 1941 — dopo l’ottavo anno, quando non aveva ancora compiuto 17 anni — per una lettera a Stalin, scritta su richiesta di un vicino, in cui lamentava la mancata emissione di prestiti e altri benefici promessi ai coloni volontari. Durante la perquisizione gli sequestrarono il giornale “Moskovskie Novosti” in lingua tedesca, un libro di testo e quaderni di tedesco. Fu condannato a sette anni di  prigionia come spia tedesca e membro di organizzazione antisovietica.

Improvvisamente, il 4gGiugno 1948, mi annunciarono che ero libero. Non avevo ancora compiuto 24 anni. Successe 13 giorni prima della fine della pena. Registrarono che ero stato rilasciato tenendo conto del  totale dei giorni lavorativi, anche se avevo guadagnato a sufficienza per essere rilasciato con un anno di anticipo, e non 13 giorni. Non potevo sapere cosa fosse successo. All’inizio non ero felice, perché mi restavano da attraversare gli ultimi giorni. Era come un limbo. Fui inondato di suppliche dai miei compagni…tutti scrivevano lettere e volevano che le portassi con me. Mi fecero avere la tuta di cotone, nera, della prima condanna; i ragazzi mi diedero una camicia bianca, un berretto e stivali di tela. L’amministrazione mi diede i soldi necessari per arrivare alla stazione di destinazione e mi riconobbe un’indennità di 25 rubli. Era tutto quello che avevo guadagnato in sette anni. È tutto indicato nel certificato di rilascio. In più, mi concessero una razione di cibo secco per sei giorni…

Nascoste le lettere, salutai gli amici e corsi verso l’ingresso con il pane in un fagotto. Lì mi aspettava l’ultima perquisizione. Sbattendo il fagotto trovarono le lettere e le gettarono nella stufa. Quasi piansi per la rabbia. Dopo aver insultato le guardie, chiamandole sciacalli, ciondolai fino alla stazione. Anche l’ultimo giorno mi avevano mancato di rispetto. Così finirono sette anni di sofferenza, in cui non avevo mai mangiato abbastanza, più volte ero stato sul punto di morire, ma il mio corpo aveva vinto. Incredibile! Nel lager ne avevano portati a migliaia, ne stavano liberando solo uno…Nonostante quello che avevo passato, il cuore mi si riempì di gioia. Non ero più abituato alle persone libere. Viaggiando in carrozza mi sentivo alienato, mi vergognavo a parlare con la gente: avrebbero potuto chiedermi chi fossi da un momento all’altro. Con gioia comprai un chilo di biscotti e li mangiai tutti in una volta.

Cosa avrei potuto dire loro, e come avrebbero reagito al fatto che fossi un ex detenuto? Dopotutto, si pensa che non ti spediscano in prigione senza motivo. Essere liberati significa abituarsi a un altro mondo rispetto a quello del lager, a un mondo “non criminale”. Dopo sette anni di prigione, di lager, che seguirono direttamente gli anni della scuola, la libertà mi spaventò.

Arrivai alla stazione Tonšaevo della linea Gor’kij. Da lì alla mia destinazione, il villaggio di Vachtan, a 25 chilometri, c’era una ferrovia a scartamento ridotto, ma il treno era alla sera. Non rimasi ad aspettare il treno e mi avviai a piedi lungo i binari. Lungo la strada c’erano tanti ruscelli che si intersecavano. Faceva caldo, e io non facevo il bagno da sette anni. Non me ne feci scappare neanche uno, di quei ruscelletti, e mentre nuotavo provai un grande senso di beatitudine.

Arrivai a casa, aprii con impazienza la porta e vidi una donna di bassa statura, che somigliava a mia madre. Lei mi rivolse uno sguardo interrogativo. Dissi «Mamma» e lei si buttò ai miei piedi. Mi aveva riconosciuto e  mi misi a piangere anche io.


Asse (“pala”) per vestiti. Su tali assi era iscritta la composizione della brigata, in questo caso “Brigata Nr.142 di ALŽIR (lager di Akmola per le mogli dei Traditori della Patria). © «Meždunarodnyj Memorial»

20 Luglio 1946. Georgij Karetnikov

Georgij Karetnikov nacque nel 1938 nel lager di Akmola per le mogli dei Traditori della Patria- ALŽIR. Sua madre Ol’ga Gal’perina, pianista e direttrice della scuola di musica di Mosca, era stata condannata il 22 marzo 1938 a otto anni di prigionia. Arzamas ha registrato il racconto di Georgij Karetnikov; non solo lo si può leggere, ma anche ascoltare:

(audio reperibile al link https://arzamas.academy/mag/467-first-day )

 

Posso dire di essere un ex zek[2], anche se non proprio nel vero senso della parola, perché mi sono trovato per la prima volta in un lager quando ero nel grembo di mia madre. Non ho vissuto la prigionia come la si intende. Eravamo 15 bambini per 9000 donne. E lì, nel lager, le donne avevano costruito per noi bambini un’apposita baracca, dove trascorsi otto anni. Era più piccola e separata dalle altre. Ricordo come se fosse ieri i lettini uno sopra l’altro, la mattina, una certa stanza dove ci davano da mangiare: kaša di semola annacquata e non troppo dolce. Mancava sempre lo zucchero, e io adoravo lo zucchero, non mi bastò mai per il resto della vita. Il motivo per cui sono stato fortunato nella mia permanenza nel lager è che sono stato il primo a nascere lì. Le donne portavano continuamente a mia madre informazioni alla baracca dei bambini.

Sapete, il mio primo ricordo d’infanzia è molto bello. Inspiegabilmente sono i fiori. Un tappeto di fiori dietro il filo spinato. Ricordo un fossato in cui non riuscivo a intrufolarmi perché c’era il filo spinato ed era molto profondo. Vedevo i tappeti di fiori dall’altro lato del filo. In primavera i tulipani, d’estate i papaveri. Ondeggiavano. Ricordo in modo molto vivido quando ci prendevano per mano e ci portavano oltre il filo, a passeggiare. Ricordo anche la bambina con cui camminavo mano nella mano, Veročka Komissarova, che fu il mio primo amore.

Ogni mattina ci facevano alzare e dal momento in cui ci alzavamo restavamo in piedi ad ascoltare l’inno dell’Unione Sovietica. Per me era snervante, perché fin dall’infanzia avevo memorizzato tutte le ninnananne classiche che mi cantava la mamma: Brams, Mozart, Čajkovskij. Era una musicista, per lei era facile. Mi dava da mangiare nella capanna interrata dove l’avevano appositamente portata con Rachil’ Messerer, la madre di Maja Pliseckaja, e il figlioletto Azarik, fratello di Maja. So tutto questo dai racconti di mia madre; io, naturalmente, non lo ricordo.

È risaputo che Stalin avesse ordinato che i bambini rinchiusi nei lager o in altri luoghi di detenzione con le madri dovessero essere selezionati e spediti in orfanotrofio. In tutti i campi furono mandate delle commissioni speciali a portare via i bambini. Ma, in Russia, le voci corrono più veloci dei treni. E mia madre insegnava musica a casa del direttore del campo, ai suoi figli. Lei ricordava sempre che, dopotutto, non era una persona cattiva: voleva che i figli imparassero la musica. E mia madre era una brava pianista, nel campo riuscì persino a sfruttare la musica per unire le sue compagne: recite amatoriali, romanze, canzoni.

Una delle volte in cui mia madre si recò a casa del direttore del lager per fare lezione ai suoi figli, gli disse fuori dai denti: «Sta arrivando la Commissione a prendere i bambini. Non posso permettere che prendano mio figlio. È qui, in questo lager. Io non lo vedo, ma lui è qui. Lo prenderanno, e io lo perderò».  Probabilmente era prossima alla liberazione, ancora un anno o due, non saprei. Il direttore del campo disse:  «Non posso farci niente, è un ordine del generalissimo.» La mamma rispose: «Allora io non potrò fare più nulla per l’educazione dei vostri figli. Capirete che non posso. Questa oggi è l’unica cosa che mi resta della libertà».

Allora lui le rispose: «Va bene, Gal’perina, andate. Ci penserò». Il giorno dopo annunciò che il campo era in quarantena per un’infezione. Capite, vero? Le voci anticipano sempre tutto. La Commissione era già stata avvertita che  il lager era in quarantena, e se ne andò da un’altra parte. Così la mamma, sostanzialmente, salvò me e gli altri bambini. Quantomeno, da un destino assolutamente incerto. Il mio e quello degli altri bambini, e della stessa  Veročka Komissarova, tra gli altri. Non riesco a trovare nessuno di loro. Sono l’unico a ricordare  Veročka Komissarova. Non esiste da nessuna parte, non riesco a trovarla, per quanto ci abbia provato.

La mamma venne da me, quando fu il momento di andarsene: la sua condanna era finita. La maestra mi disse: «Lei è la tua mamma». Per me non significava nulla, per me la mamma era la mia maestra, che era sempre lì accanto a me, mi dava da mangiare, portava le novità dalla baracca delle donne. Ecco, questo fu il mio primo giorno di libertà. Anche se non potevo parlare di libertà in sé, perché ero già libero, allora, nel mio essere solo un bambino.

«A Nina, da papà» Cofanetto fatto in casa in legno ricavato da scatole per spedizioni e intarsiato con cannucce. Fabbricato tra il 1946 e il 1950 in un campo di lavoro collettivo nella località di Vjartsil, Karelija. Fu trasferito al museo di  Memorial dalla  figlia del proprietario Aleksandr Icyn, Nina. © «Meždunarodnyj Memorial»

Febbraio 1939. Sergej Raevskij

Sergej Raevskij, classe 1907, era ingegnere geologo e discendente dell’illustre casata nobiliare. Dal 1924 lavorava nel laboratorio dell’Istituto Statale di Elettrotecnica Sperimentale. Il 14 Luglio 1935 fu arrestato come “membro di organizzazione terroristica antisovietica al Cremlino”. Fu condannato a cinque anni  di campi di lavoro correttivi.

Una mattina di febbraio del 1939, prima che sorgesse il sole, mi recai alla riserva di caccia, e vi trovai una preda facile. Tornai a casa, gettai nel capanno le cinque pernici che avevo ucciso e mi recai ai vicini pozzi di regime per rilevarne la temperatura. Mentre allestivo i termometri, vidi il nostro collaboratore N.I. Korovin  che correva da casa all’edificio della stazione ferroviaria. Pensai che lo avessero richiamato per dargli qualche istruzione. Ma non avevo neanche fatto in tempo a calare i termometri che sentii un urlo frenetico proveniente dallo stesso Korovin, che stava già correndo dalla stazione verso di me.

«Sergej Petrovič! Congratulazioni! Siete libero! Correte alla miniera! Firmate i documenti per il rilascio!»

Ero così scioccato che non mi emozionai nemmeno, e risposi:

«Ma non ho ancora calato i termometri»

«Al diavolo i termometri! Siete impazzito? Filate alla miniera!»

Solo allora capii cosa era successo. Feci cadere il fascio di termometri, corsi a casa, li ammucchiai nel capanno e, così com’ero, in giaccone, pantaloni di cotone e valenki[3], corsi alla miniera.

Quando mi presentai alla stazione di monitoraggio del permafrost, venni accolto fra gli applausi e tutti mi dissero che avevo percorso 5 chilometri in 40 minuti. Avevano annotato l’orario in cui era stata trasmessa la notizia al telefono. Mi ero precipitato subito a registrare il certificato, che avevo ricevuto senza alcuna complicazione.

La sera mi chiamò V.K. Jankovskij… sarei rimasto fino alla navigazione a Vorkuta o mi sarei recato subito a Mosca?…la questione fu risolta: decisi di rimanere alla stazione di monitoraggio con la clausola del lavoro fino  alla navigazione.

«Dunque ecco,» disse Vladimir Konstantinovič «ti viene assegnato un incarico di geofisica con un salario di 500 rubli al mese più il 50% di quelli guadagnati a Nord, per un totale di 750 rubli. Per cominciare».

Per cominciare, non era  male. Dopodiché,  V.K. Jankovskij aprì l’armadio e ne tirò fuori un pellicciotto che arrivava a metà polpaccio e un abito di lana marrone (giacca e pantaloni), me li passò e mi disse di buttare via i vestiti del lager. Così, in un solo giorno, passai da zek a lavoratore libero. Mi cambiarono il tesserino  facendoci una striscia rossa. Alla felicità non c’era fine, e al pomeriggio corsi alla stazione di pompaggio dai miei amici.

Giaccone da lager con due tasche interne fatte a mano. Apparteneva  ad Arkadij Viktorovič Belinkov, scrittore e critico letterario, che trascorse sei anni (dal 1944 al 1950) nel campo di lavoro correttivo di Karlag. © «Meždunarodnyj Memorial»

28 Aprile 1946. Ina Il’ina

Ina Vasil’evna, nata nel 1899, era la moglie di  Il’ja Herzenberg, giustiziato nel 1938 con l’accusa di far parte di un’organizzazione terroristica controrivoluzionaria. Venne arrestata nell’aprile del 1938; come membro della famiglia di un traditore della Patria fu condannata a otto anni di campi correttivi a regime rigoroso.

Aspettavo quel giorno da otto lunghi anni. Dietro il filo spinato, le torrette, il rimbombo delle catene, i cani da guardia, le perquisizioni, le corse al lavoro, le sveglie e i controlli. Eppure le lettere  si possono scrivere anche ogni giorno!

Mi trasferii oltre la zona[4], nella baracca per i liberati. Pranzai nella mensa dei lavoratori liberi e andai fuori, nella steppa, al lago. Andai incontro a una fresca giornata di primavera. Mi sembrava tutto diverso dal giorno prima. Il lago blu scuro, lievemente increspato, le canne dorate, la steppa, l’erba giovane e verdeggiante: tutto aveva un nuovo fascino. Perfino l’aria sembrava diversa. La respirai a pieni polmoni: aria libera! Ora potevo andare dove volevo. Mangiare, bere, dormire: quando e quanto volevo! Che felicità avere il diritto di gestire te stesso, il tuo tempo, avere dei desideri!

 

Coltello per la carta in legno con decorazione marchiata e la parola “betulla” in estone. Fu realizzato nel 1951 a Angarlag da Oscar Tammjarv e regalato ad Alla Berezkina,che donò il coltello al museo Memorial. © «Meždunarodnyj Memorial»

 

 

FONTE: Arzamas.academy ,  30/10/2017 di Evgenija Gužva, Anastasija Kamenskaja, Dar’ja Karetnikova, Anna Pestereva, Anastasija Tal’čuk, Dmitrij Šabel’nikov.

 

[1]      23 agosto [N.d.T.]

[2]      Termine utilizzato nel gergo del lager per indicare i detenuti. [N.d.T]

[3]      Stivali di feltro. [N.d.T]

[4]      Termine appartenente al lessico concentrazionario, indica il lager. [N.d.T.]

 

TRADUZIONE di Giorgia Mattavelli  – LINKEDIN

 

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