Al momento stai visualizzando Recensione de “L’isola abitata”, di Arkadij e Boris Strugackij

Recensione de “L’isola abitata”, di Arkadij e Boris Strugackij

Recensione de "L'isola abitata", di Arkadij e Boris Strugackij

Carbonio editore ha pubblicato a fine 2021 un terzo titolo dei fratelli Strugackij, in cui ritroviamo molto di quanto familiare da La chiocciola sul pendio e La città condannata, ma anche un carattere tutto diverso, più ritmico e lineare al tempo stesso.

Recensione a cura di Giulia Cori

 

Maksim Kammerer si trova naufrago su un altro mondo, dopo che la sua navicella si schianta sulla sua superficie. Maksim viene dalla Terra del Ventiduesimo secolo ed è sconvolto all’approdo sul nuovo pianeta, sopravvissuto a un disastro nucleare che sembra aver lasciato radiazioni e scorie ovunque. Il protagonista si incammina in cerca di una qualche forma di civiltà, sperando di riuscire a trovare assistenza per la riparazione del suo velivolo e, quindi, per un suo rapido ritorno a casa.

L’incontro con la civilizzazione c’è, ma non si sviluppa secondo i migliori piani di Maksim. Inizialmente costretto alla permanenza da misteriose forze governative che sembrano interessate a studiarlo, il terrestre familiarizzerà con quel bizzarro luogo in cui si è ritrovato, fino a decidere di rimanervi e di diventare parte attiva delle sue sorti.

Come già accennato, anche questo romanzo ci fornisce tutti gli elementi strugackiani caratterizzanti identificati ne La chiocciola sul pendio e La città condannata. L’isola abitata, come la civiltà che ruota attorno al Direttorato per gli Affari della Foresta e la Città, è governata da un sistema imperscrutabile, guidato con saggezza e lungimiranza dai Padri Ignoti, magnanimi benefattori del popolo. La società è organizzata secondo un programma che nessuno ha chiaro, al di fuori degli alti quadri dirigenti (e questa è una prima, importante differenza rispetto agli altri due romanzi).

Maskim, come Perec e Andrej Voronin, è impegnato contemporaneamente su due diversi fronti di ricerca: da una parte, lo scioglimento dell’assurdità mortalmente intrecciata sul reale, ossia la comprensione del sistema che regola il mondo che lo circonda e, in secondo luogo, la ricerca più strettamente materiale del punto focale di questo sistema. Per Perec è la Foresta, per Voronin l’Edificio rosso, per Maksim il Centro, sinistro edificio dal quale vengono emesse quotidianamente psicoonde che tengono la popolazione in uno stato di dipendenza psicologica dal sinistro organo statale.

L'isola abitata
L'isola abitata, traduzione di Valentina Parisi. Carbonio editore, 2021.

Nei mondi dei fratelli Strugackij c’è sempre la definizione di un limite al luogo in cui si svolge l’azione, oltre il quale si stendono terre sconosciute e pericolosissime, e che è invariabilmente terrificante. Questa frontiera con il caos è ciò che tiene la maggior parte degli abitanti della cosiddetta “società civile” in una sicura ignoranza e nella paura dell’ignoto, che pur nella sua inconoscibilità viene sempre presunto essere un’alternativa peggiore al mondo conosciuto.

I protagonisti di questi romanzi sono tali in quanto differenti dal capitale umano medio, spinti da una curiosità e una sete di conoscenza che spiccano nella piatta accettazione generale, erigendoli a eroi narrativi.

E Maksim è l’eroe perfetto per un mondo in cui non esiste più traccia alcuna di ideale, dove neanche i dissidenti che agiscono in clandestina opposizione al governo ricordano il motivo del loro dissenso. La crudezza e la lunghezza del contrasto col sistema, in un ambiente devastato e misero oltre l’immaginabile, riduce la coscienza di chiunque ai minimi termini. Quello in cui viene catapultato il terrestre Maksim è “un mondo che non conosceva nulla all’infuori della lotta e che, oltre alla lotta, non possedeva niente, un mondo che aveva rimosso tutto eccetto la lotta […]”.

Se da un lato il protagonista fatica a comprendere come si possa vivere senza una coscienza, per puro istinto di sopravvivenza, dall’altro gli abitanti del misterioso pianeta attribuiscono all’ideale la valenza di un vezzo egoistico di chi può permetterselo. “La sua coscienza”, dice l’enigmatico Mago a Maksim, “la spinge a tentare di cambiare l’ordine esistente, vale a dire a infrangere le leggi di quell’ordine, determinate dalle aspirazioni delle masse, ovvero a modificare i desideri di milioni di persone a immagine e somiglianza dei suoi.”

Questa disputa tra sopravvivenza e coscienza sembra riecheggiare una delle questioni sociali che è stata ed è tuttora una parte fondamentale del mondo moderno e che, molto probabilmente e malgrado ogni tentativo, non ha risoluzione effettiva.

Fratelli Strugackij
I fratelli Strugackij: Arkadij, a sinistra, e Boris, a destra.

Gli Strugackij hanno una struttura narrativa collaudata, lasciata a vista in ognuno di questi tre romanzi. L’isola abitata si differenzia tuttavia per un ritmo più concitato, una trama più lineare legata dagli espedienti di uno stile che spazia dal genere fantascientifico al romanzo d’avventura (non a caso la prima edizione pubblicata sulla rivista “Neva” era intitolata Obitaemyj ostrov, načalo fantastiko-priključenskoj povesti — L’isola abitata, inizio di un racconto fantastico d’avventura).

Questo sottile cambio di registro dipende in larga parte dal fatto che i due fratelli cominciarono a comporre, nel 1967, L’isola abitata con l’intento di scrivere un “romanzetto spensierato, innocente, di pura evasione”. Questa novità è da attribuirsi all’ennesimo rifiuto che si parò quell’anno sul percorso degli autori: la loro Skazka o Trojke (Favola della Trojka) non passò il vaglio della censura, finendo per venire pubblicata in URSS solo vent’anni dopo.

Gli Strugackij, mortalmente offesi, si diedero quindi a questo “romanzetto” per dare alle autorità il mediocre frutto che veniva loro richiesto. Dalla postfazione di Boris Strugackij — utilissima appendice che Carbonio neanche questa volta manca di inserire — apprendiamo che, tuttavia, L’isola abitata acquisì presto una sua autonomia e vitalità e i suoi creatori si accorsero che la sua trama non era poi tanto innocente.

Sia le torri irradianti, sia i degenerati che la Guardia di Combattimento trovavano il loro prototipo nella nostra amata realtà e vi calzavano alla perfezione, ogni elemento acquisiva un sottotesto — e, per di più, in modo spontaneo, senza che lo volessimo […].

Di questa mutata innocenza dovette accorgersi anche la censura, che cassò ben presto la pubblicazione del romanzo. Ancora una volta gli scrittori si ritrovarono a mutilare e camuffare il loro prodotto, per renderlo quanto più possibile adatto al pubblico e ai censori sovietici.

Nella postfazione conclusiva della traduttrice Valentina Parisi troviamo un interessantissimo approfondimento su un aspetto in particolare dell'”autocensura” che gli autori si imposero: la traslazione di ogni elemento sovietico a una dimensione germanica.

Il nome di Maksim Rostislavskij aveva un sapore fin troppo patrio, così come la vodka che i compagni di battaglione del protagonista consumavano. Di gran lunga meglio suonava il tedesco Maksim Kammerer che serviva insieme a soldati abituati a sorseggiare schnaps. Il mondo distopico e terribile creato da Boris e Arkadij doveva ricordare il Terzo Reich, prima che l’Unione Sovietica.

Sembra quasi superfluo sottolineare quanto quest’operazione di camouflage abbia come risultato quello di instaurare un termine di paragone tra i due regimi, piuttosto che segnare una distanza netta. Ancora una volta, l’esasperazione dell’utopia aveva spinto alla sua esacerbazione in anti-utopia, l’intervento della censura aveva modificato la traiettoria narrativa degli Strugackij; decisamente non il peggiore destino toccato in sorte a degli autori sovietici.

 

Ho sempre saputo come e perché, chi era mio amico e chi mio nemico… tutto era semplice, avevo la strada spianata, stavo insieme agli altri ed era bello essere uno tra milioni, uguale a chiunque. E poi è arrivato lui, mi ha stregato, mi ha rovinato la carriera, e infine mi ha preso letteralmente per il collo e dalla caserma mi ha trascinato in un’altra vita, di cui non si capisce quale sia lo scopo, quali siano i mezzi; dove occorre pensare continuamente con la propria testa […] mi ha proprio preso per il collo, mi ha messo di fronte alle cose più care, alla mia patria, al mio nido, e ha detto: guarda, sono solo menzogne, meschinità, spazzatura… Io ho guardato – ed effettivamente non ho visto niente di bello […].

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.