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Recensione de “La gioia per l’eternità”, di A. Losev e V. Loseva

Recensione de "La gioia per l'eternità", di A. Losev e V. Loseva

Aleksej Losev e Valentina Loseva: dal gulag le parole di chi “cerca di rispondere all’odio con l’amore e la dolcezza”. Per la collana “Narrare la memoria“, Guerini e associati ha pubblicato nel 2021 un nuovo volume in collaborazione con Memorial Italia.

Recensione a cura di Simona Carosella

 

Potrebbe sembrare un paradosso che il carteggio tra Aleksej Losev e sua moglie Valentina, nei
rispettivi gulag, sia intitolato La gioia per l’eternità. Ma c’è qualcosa che emana da queste pagine, un tocco leggero di amore gentile e di incondizionata devozione che non potrebbe essere
espresso con parole migliori.

I coniugi Losev, un filosofo e un’astronoma, sono due menti scientifiche intrappolate dalla furia
staliniana agli inizi degli anni ’30 in gulag distanti. Per sopravvivere possono affidarsi all’unica cosa
che sembra avere senso nelle loro vite: l’amore reciproco. Questo amore tuttavia non si esaurisce
nella semplice vita coniugale né nell’affetto consolidato del matrimonio; è la costruzione di una
particolarissima intimità che si specchia nei ricordi di ciò che è stato e nelle speranze per il futuro.

La gioia per l’eternità è il titolo di un’opera di Pavel Florenskij che Aleksej aveva regalato a Valentina prima delle nozze, a testimonianza di quanto quell’unione avrebbe significato per entrambi. Il matrimonio di Aleksej e Valentina si sostanziava in una comunione delle anime derivante dalla loro fervente fede religiosa; si parla di un’esistenza monastica fatta di studio, teorie e formule matematiche, ideali e preghiere, un ora et labora di cui adesso sentono la mancanza, costretti distanti l’uno dall’altra e dalle loro occupazioni.

Valentina Sokolova Loseva [Fonte: Otkrytyj spisok]

Le parole di Valentina sono estremamente consolatorie nei confronti del marito; le sue condizioni di vita durante la prigionia sono migliori e questo costituisce per lei quasi una vergogna, la sua forza di volontà emerge con furore.

Aleksej rivolge invece alla moglie lettere cariche di sconforto non solo per la condizione in cui versa − nel gulag in cui si trovava, non potendo partecipare attivamente ai lavori comuni in quanto
invalido, svolgeva il ruolo di guardiano di un deposito di legna, davanti al quale passava intere
giornate al freddo –, ma soprattutto per essere stato privato dei suoi studi.

Aleksej Losev [Fonte: Kul'tura.RF]

Losev si sente stanco e svuotato, e la sua disperazione arriva al culmine quando viene a sapere che la sua biblioteca è andata perduta. Sono i momenti peggiori per il filosofo, in cui anche la sua incrollabile fede sembra vacillare e la sua unica speranza è chiedere l’intervento della sua jasočka, la sua “piccola luce”, che preghi per lui e che lo sostenga con la forza del loro amore.

I coniugi si chiamano scambievolmente jasočka nelle loro lettere, riproduzione fedele delle loro intimità − in pubblico infatti usavano chiamarsi con nome e patronimico −, mentre a volte si firmano semplicemente “jaja”, regalando al lettore una luce nella crepa delle loro sofferenze, un elemento di reale e dolcissimo affetto inedito al resto del mondo.

Le lettere dei due sposi contengono anche molte informazioni pratiche, alcune delle quali si ripetono insistentemente da una lettera all’altra, dato che non avevano mai la certezza che ogni lettera sarebbe arrivata a destinazione. Si parla delle condizioni materiali della loro vita, di cosa e quanto mangiano, cosa indossano, di cosa hanno ricevuto dai pacchi dei “vecchi genitori”. Il carteggio infatti è arricchito anche dalle lettere che i due mandavano ai genitori di Valentina a Mosca e dalle loro risposte.

Queste lettere contengono anche indicazioni precise su come muoversi per riottenere la libertà o quantomeno il riavvicinamento: Aleskej e Valentina si confrontano sui telegrammi da inviare, le richieste da inoltrare, chiedono ai vecchi genitori di andare a far visita a chiunque possa aiutarli. Non conoscere il proprio destino è snervante per i due, ma vivono nella certezza di non essere stati abbandonati dalla famiglia e dai loro cari.

La gioia per l'eternità
La gioia per l'eternità, traduzione di Giorgia Rimondi. Guerini e Associati, 2021.

La ricostruzione del contesto storico è accuratissima, il libro è correlato infatti da un’ampia sezione di note di grande interesse per il lettore, in quanto vengono approfonditi e spiegati non solo i numerosi realia nominati nelle lettere, ma si fa luce anche su molte personalità del tempo. Le note intervengono infatti a ricostruire le biografie degli intellettuali e gli studiosi con cui i Losev erano in contatto, a dare informazioni sugli organi del regime e anche ad interpretare alcuni passaggi delle lettere che potrebbero altrimenti risultare poco chiari.

A causa della censura infatti, Aleksej e Valentina non solo dovevano fare attenzione a cosa si spedivano − un segnalibro ricamato con i versi di una preghiera, cucito da Valentina per il marito, sarà sequestrato prima che lui possa vederlo − ma anche alle parole che usavano. La parola “preghiera” è sostituita spesso con quella di “ricordo” o “memoria”, una parafrasi che i due utilizzavano per affidarsi alle preghiere reciproche.

Così le lettere fanno luce sul pensiero filosofico di Losev e si ha l’onore di entrare a far parte delle sue idee più profonde − quelle che rivolgeva a Valentina −, ma si compie anche un viaggio
temporale armati di lente di ingrandimento.

La dolcezza e l’amarezza, lo sconforto e la fede, l’impotenza della mente umana di fronte alla
miseria del gulag, la voglia di non perdere la speranza: le emozioni umane si confondono e si
mescolano riuscendo a farci riconoscere in esse. Ci avviciniamo alla vita dei Losev come a guardarli
dallo spioncino, finché non sono loro stessi ad aprirci la porta per farci entrare nell’abisso della
loro grande umanità.

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