Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli di Novaja Gazeta.
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Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

“SIETE DELLE PUTTANE, DELLE BASTARDE, DELLE SGUALDRINE DA DUE SOLDI” - 18+

Cosa hanno sentito e cosa hanno vissuto le ragazze finite al commissariato di “Brateevo” alla vigilia dell’8 marzo

Domenica 6 marzo, in 65 città della Russia ci sono state delle manifestazioni contro ciò che non deve essere nominato (pena il procedimento penale contro i giornalisti e la chiusura dei media). Secondo OVD-Info, in tutto il paese sono state arrestate più di 5000 persone (secondo il Ministero degli Interni più di 3300). Alla vigilia [dell’8 marzo] la 26enne moscovita Aleksandra Kalužskich ci ha dato il permesso di pubblicare una registrazione audio di ciò che è accaduto nel dipartimento dell’Interno del distretto di “Brateevo”. Non si tratta comunque di un caso isolato, né di pressione sui manifestanti, né di passanti finiti accidentalmente sul furgone.

Novaja Gazeta ha parlato con le ragazze detenute durante le proteste

Моsca, 6 Marzo. Foto: Vlad Dokšin / «Novaja»

Ksenija ha chiesto di pubblicare il suo monologo in forma anonima (il suo nome completo è noto alla redazione). È al suo quarto, e ultimo, anno di università presso la facoltà di filologia. “Mi piacerebbe laurearmi”. 

“Mi chiamo Ksenia, ho 21 anni. Ora vivo a Mosca, mi sono trasferita da un’altra regione nella capitale per motivi di studio. Alle cinque di pomeriggio di ieri, assieme a una mia amica, eravamo nei pressi del Central’nyj Detskij Mir perché avevamo un appuntamento con un’altra nostra amica per fare un giro in centro. E in quel momento si è avvicinato a me un rappresentante delle forze dell’ordine e mi ha chiesto di mostrargli i documenti.

Poi mi ha chiesto di sbloccare il telefono e di mostrargli le ultime fotografie. È stato tutto così irrispettoso.



Non conosco il suo nome. Non si è presentato, non ha dato nessuna spiegazione. Sul telefono ha visto lo scambio di messaggi con questa mia amica, dove discutevamo del nostro incontro. Poi mi hanno portata al furgone. Prima mi hanno chiesto di fargli vedere tutto quello che c’era nella borsa, di dare delle spiegazioni sulle medicine che avevo (gli ormoni che prendo tutti i giorni). Hanno guardato tutto e l’hanno spedito sul furgone, dove siamo rimasti seduti per quasi tre ore nei pressi del dipartimento.

Alle otto meno venti mi hanno fatta uscire dal furgone, sono stata una tra i primi. Forse si può dire che sono stata fortunata. Mi hanno portata alla stazione di polizia [presso] il complesso olimpico ‘Lužniki’, che fa parte del Distretto Amministrativo Centrale della Direzione Principale del Ministero degli Affari Interni della Russia a Mosca.

In commissariato, all’entrata mi hanno sequestrato il telefono, mi hanno detto di spegnerlo, lo hanno buttato in un sacchetto con un foglietto di carta e mi hanno portata nell’ufficio per dare spiegazioni. Prima però hanno preso con la forza le mie impronte digitali e mi hanno scattato una fotografia. Ho detto che [le impronte digitali] non sono richieste nel caso di una detenzione amministrativa, dal momento che avevo consegnato il mio passaporto (avevano già ritirato i passaporti di tutti mentre eravamo seduti nel furgone). Mi è stato risposto che le impronte digitali sono necessarie per identificare la persona, hanno iniziato a pressarmi e a dire che stavo opponendo resistenza, che si trattava di una ‘semplice procedura’, e che ‘stavo facendo un sacco di scene’. Ho ripetuto di nuovo che non avevano il diritto di farlo. Ma avevo paura che non mi avrebbero fatta uscire fino all’ultimo e che sarei rimasta in prigione a lungo assieme a un ragazzo che, come me, si era rifiutato. Ho deciso che non lo volevo, che volevo uscire in fretta. Poi mi hanno mandata a compilare il verbale.

Nell’ufficio hanno cominciato a minacciarmi. Il poliziotto che mi ha minacciata  era il vecchio agente di polizia *** (il nome è noto alla redazione e faremo un esposto al Ministro degli Interni contro di lui – Novaja Gazeta).

Gridava, diceva che quelle come noi ‘bisogna *** [picchiarle]’, che avrebbe voluto trattarci come fanno in Bielorussia, che le persone come noi non sono degne di vivere in questo paese, che non siamo utili a nessuno in questo paese, che siamo la vergogna di questo paese, che se avesse potuto ci avrebbe sparato.

Continuava a lamentarsi e a dire che era un peccato che fosse vietato spararci. Ci ha chiesto quanto ci avessero pagato. Ha continuato a urlare e fare pressione, poi si è seduto e ha cominciato a fissarmi. Ha detto che era molto arrabbiato perché per colpa mia aveva perso un sacco di tempo. Seduto di fronte a me, aveva rotto una penna a dimostrazione di quanto fosse arrabbiato.

All’inizio ha chiesto il mio cognome, la registrazione di residenza e dove abitassi. Non ho fornito il mio vero indirizzo di residenza, e ho spiegato che, ai sensi dell’articolo 51 della Costituzione, ho il diritto a non autoincriminarmi. Poi mi hanno fatto domande sul perché fossi lì e se avevo intenzione di rispondere a quelle domande. Io ho solo fatto riferimento all’articolo 51 della Costituzione e basta.

Poi la donna, che parlava più o meno con un tono calmo, ha iniziato a chiedere se potessero già lasciarmi andare, ha fatto una telefonata e ha verificato di potermi lasciare andare. All’uscita mi hanno ridato il telefono e fatto un’altra chiamata chiedendo se potevano rilasciarmi. Sono uscita dal dipartimento alle nove di sera. Nel protocollo è scritto un articolo amministrativo, parte 5, articolo 20.2 del Codice sugli illeciti amministrativi della Federazione russa. La data del processo non è ancora stata fissata”.



Il distretto di polizia 'Brateevo'
“Sgualdrine da due soldi”

La diciottenne Nastija (il cui cognome è noto alla redazione) ha trascorso la serata di ieri nel famigerato distretto di polizia “Brateevo”.

“Sono stata una di quelle che non hanno picchiato per il semplice motivo che sono stata la prima. Siamo stati detenuti in via Kalančevskaja, anche se non avevamo manifesti, non avevamo nulla. Di conseguenza 29 persone sono finite  dentro il furgone. Si soffocava, eravamo in piedi stipati come sardine. Ci hanno preso i passaporti. Quando siamo stati portati al distretto, nessuno replicava alle nostre domande: un linguaggio osceno è stata l’unica risposta che abbiamo avuto.



Ci sono state molte parolacce, molte umiliazioni. Ai ragazzi è stato chiesto di che sesso fossero perché avevano i capelli lunghi.

Hanno iniziato a gridare e a farci delle pressioni quando abbiamo cominciato a rifiutarci di farci fotografare in una stanza speciale del distretto perché era illegale. Poi hanno cercato di prendere le nostre impronte digitali, cosa anche questa illegale. E dopo tutto ciò ci hanno portato a compilare i verbali e la persona che ci stava provocando sin dall’inizio ha iniziato a gridarci di leggere più velocemente: abbiamo firmato e siamo andati via.

‘Ma perché state leggendo tutto così attentamente? Non capite proprio nulla, siete stupide, puttane, bastarde. Sgualdrine da due soldi!’ imprecava.”

“Mi hanno chiamata troia, prostituta, minacciavano di mettermi con i barboni”

“Di solito sulla violenza morale non dico nulla, in quale distretto di polizia non accade? Ma lì… è stato molto spaventoso, – dice Kristina (il cognome è noto alla redazione), che è finita nello stesso furgone di Nastja. – Non appena entri nella stanza, lo capisci subito: ti stanno per fare qualcosa. Te ne accorgi dai loro volti, dal loro umore. Quando ho citato l’articolo 51 e ho rifiutato di dare i miei dati personali, mi hanno immediatamente buttato addosso un litro di acqua, dritto in faccia. Mi hanno chiamata troia, prostituta, mi hanno minacciata di buttarmi tra i barboni, che… bè, avete capito da soli. Hanno provato a mettermi le mani addosso un paio di volte. Mi hanno minacciata dicendo che da lì non sarei uscita. Parlavano con noi solo usando le minacce.”

“Mi ha insultata, sputato addosso parolacce, e ha iniziato a picchiarmi sulla spalla, tre volte, poi sul ginocchio, mi ha minacciata, mi ha detto che *** [mi avrebbe colpito in faccia] se non gli avessi dato il telefono”

Anche a un’altra detenuta – Evegnija (il cognome è noto alla redazione) – la polizia di Brateevo ha tentato di controllare il telefono.

“Sono entrata nell’ufficio, i dipendenti erano senza divisa, non si sono presentati, non avevano distintivi. Uno di questi ha iniziato improvvisamente a imprecare: ‘Anche tu quindi che c**** vuoi fare? Fai la preziosa o parliamo normalmente?’ Dopo hanno iniziato a chiedermi dove vivessi, ho detto che era tutto scritto nel passaporto, e hanno cominciato: ‘Non dire c******, non sei registrata lì, ti hanno cancellata dal registro’. Hanno cominciato a chiedermi il mio indirizzo effettivo, ricoprendomi di insulti e parolacce. Dopo avermi chiesto di tirare fuori il telefono perché poteva essere rubato, avevano bisogno di un ID che gli permettesse di fare un controllo anche sui miei ultimi cinque contatti. Mi sono rifiutata, così ha fatto il suo ingresso un uomo dai tratti orientali vestito di nero e ha cominciato a fare la parte del poliziotto cattivo.

Mi ha insultata, sputato addosso parolacce e ha iniziato a picchiarmi sulla spalla, per tre volte, e poi sul ginocchio, mi ha minacciata, ha detto che *** [mi avrebbe colpito in faccia], se non gli avessi dato il telefono.

Dopo mi hanno messo contro il muro per fotografarmi, hanno ricominciato a parlare del telefono, l’uomo in nero ha iniziato a torcermi le braccia, a tenermi stretta, e ha detto al secondo di tirare fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni. Non ho lividi o cose del genere, sfortunatamente o fortunatamente, ma è stato terribile. Spero che vengano puniti”.

“Mi ha chiesto: ‘Hai intenzione di stare ancora in silenzio?’. E io: ‘Sì’. E allora mi ha dato un calcio nella pancia”.

“Mi chiamo Anna Simonjan, ho 19 anni. Ci hanno arrestati alle 15:30, nel furgoncino della polizia eravamo in tutto 29 persone, ammassate quasi l’una sull’altra. Siamo arrivate negli uffici di Brateevo alle 16:40 circa. I poliziotti non si sono minimamente presentati, di targhette identificative nemmeno l’ombra. Poi hanno iniziato a farci uscire, a ritirarci i documenti. Ci hanno portati in questo ufficio del dipartimento dell’Interno, nell’auditorium. Nessuno si è identificato.

Ci hanno subito radunati e noi abbiamo formato una coda per questa ‘stanza della tortura’. In questo ufficio c’erano due ragazze, un uomo senza divisa e un altro uomo. Questo indossava un maglione nero e aveva una fondina con una pistola. Calzoni neri. Puntualmente si alzava, usciva e gridava – volavano parolacce e insulti.

Ogni volta diventava sempre peggio. A quanto pare si stava arrabbiando. Inizialmente c’erano dei ragazzi contro cui urlava soltanto, altri che prendeva a sberle con una cartelletta. E poi ha iniziato a versare acqua.

Mi ha chiamata. Sono entrata. Era un ufficio piccolissimo: sulla destra un armadietto, una sedia, una sedia completamente zuppa, tutto lì attorno era zuppo. Entro, lui mi dice che non era stato lui, ma quelli venuti prima di me che si erano pisciati addosso.

Mi siedo sulla sedia. La ragazza chiede:

‘Il suo numero di telefono?’. Rispondo: ‘Articolo 51 della Costituzione’. Lui si alza, si avvicina e inizia a versarmi dell’acqua sul collo, dicendomi che era acqua con sapone.

Nel frattempo un altro uomo nell’ufficio diceva che siamo delle bastarde, che è così che bisogna trattarci, che lì ora tutte avrebbero perso la verginità, ‘feccia’, ‘bastarda’, ‘puttana’… Minacciavano di stuprarci, non provavano il minimo imbarazzo.

La ragazza allora mi ha chiesto di nuovo il numero di telefono. Io rispondo ‘Articolo 51 della Costituzione’. Lui mi prende per i capelli, mi tira indietro la testa e mi versa l’acqua sulla faccia. Io mi sento soffocare, ritiro la testa. Mi tira via la sedia, mi dice ‘Alzati’. Allora la donna inizia di nuovo a chiedermi: ‘Dove abiti?’. Io dico ‘Articolo 51 della Costituzione’. E quell’uomo mi dato una sberla in faccia. Proprio una sberla bella forte. Mi ha chiesto: ‘Hai intenzione di stare ancora in silenzio?’. E io: ‘Sì’. E allora mi ha dato un calcio nella pancia. Mi sono accasciata su me stessa, reggendomi al tavolo. Era già bastato il colpo sulla guancia a scioccarmi. L’acqua me l’aspettavo, ma non mi aspettavo che mi avrebbero picchiata”.

Ekaterina (il cui cognome è noto alla redazione), finita anche lei nel dipartimento dell’Interno del distretto di “Brateevo”, racconta: “Ha fatto entrare le persone nell’ufficio in fila, lì c’erano due poliziotte e, se non erro, due o tre poliziotti in divisa. Quando sono entrata io, ce n’era anche uno in borghese, ma portava una fondina con una pistola. E proprio a quello in borghese, che non si era presentato, non piaceva come ero seduta. Avevo le gambe leggermente accavallate, gli ha sferrato un colpo. Poi non gli piaceva che avessi appoggiato un braccio sul tavolo, me l’ha spinto via e mi ha tirato uno schiaffo. Poi la poliziotta, seduta dietro al computer, сhe presumibilmente stava compilando dei documenti, ha iniziato a chiedermi del mio titolo di studio, dove lavorassi e dove studiassi. Quando ho risposto ‘Articolo 51 della Costituzione’, l’uomo in borghese mi ha versato addosso dell’acqua, quasi due litri abbondanti. Poi mi ha colpita in faccia con una bottiglia vuota. Oggi sono passata al Pronto Soccorso, ho dichiarato di avere una contusione muscolare. I poliziotti hanno tentato di fotografarmi, ma mi sono coperta il viso con le mani. Quello in borghese però mi ha presa per i capelli e ha cercato di trattenermi. Anche un altro uomo, da cui avevo subito violenze, mi ha spruzzato il disinfettante in faccia e mi ha minacciata dicendomi che mi avrebbe spaccato il telefono in testa, se non lo avessi sbloccato”.

APPELLO AL MINISTRO DEGLI AFFARI INTERNI DELLA FEDERAZIONE RUSSA

Dmitrij Muratov a Vladimir Kolokol’cev

“I detenuti sono stati sottoposti a […] umiliazioni e maltrattamenti fisici al limite della tortura. Faccio richiesta di una valutazione sulle azioni dei suoi subordinati”

Al ministro degli affari interni della Federazione russa Vladimir Kolokol’cev

Gentile Vladimir Aleksandrovič,

Novaja Gazeta è venuta a conoscenza del trattamento disumano dei detenuti a seguito di manifestazioni non autorizzate tenutesi a Mosca il 6 marzo 2022. Ci riferiamo ai fatti avvenuti in tarda serata nel commissariato di Brateevo, Dipartimento Amministrativo Centrale della Direzione Principale del Ministero degli Affari Interni della Federazione russa della città di Mosca. Una registrazione audio di quanto accaduto alla concittadina russa Aleksandra Kalužskich è stata divulgata su molte risorse internet pubbliche, compreso il sito web di Novaja Gazeta. Da ciò si evince che la detenuta è stata sottoposta non solo a umiliazioni morali, ma anche violenti maltrattamenti fisici al limite della tortura.

In seguito abbiamo appreso che non si è trattato di un caso isolato. La redazione ha registrato le testimonianze di altre sette ragazze detenute, la maggior parte delle quali erano anch’esse nel distretto di polizia di Brateevo. I loro nomi sono noti alla redazione.

Chiedo che sia effettuato un controllo sulle comunicazioni in merito e che sia fornita una valutazione procedurale sulle azioni dei suoi subordinati.

Il Membro del Consiglio Pubblico del Ministero degli affari interni della Federazione russa,

il caporedattore della Novaja Gazeta

Dmitrij Muratov

Autrici: Natal’ja Glochova, Aleksandra Novikova

Fonte: Novaja Gazeta, 7 marzo 2022

Traduzione: Olga Maerna, Martina Fattore

Revisione: Ambra Minacapilli, Giulia Cori