Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

È giunta l'ora di ballare Čajkovskij

“Il lago dei cigni”, o 32 fouetté da funerali e colpi di stato

Illustrazione: Petr Saruchanov / "Novaja Gazeta"

Dal 6 marzo nei cinema iniziano le proiezioni dell’immortale balletto “Il lago dei cigni”. 

No, non si tratta di un provvedimento speciale, né di un compianto per le nostre vite distrutte, come annunciava il manifesto del progetto di lunga durata di TheatreHD, con la sua periodica trasmissione nei cinema dei migliori spettacoli del mondo. Si tratta di una coincidenza significativa, nonostante da noi coincidenze casuali non accadano. Congedandosi dai suoi spettatori, il canale televisivo “Dožd’ [1]” (dichiarato agente straniero e di fatto chiuso dalle autorità) ha mandato una registrazione d’archivio in bianco e nero del balletto di Čajkovskij esprimendo il proprio cordoglio. 

Inoltre (altra coincidenza), il 4 marzo cadevano i 145 anni dal giorno della première dell’immortale opera del compositore.

Nella storia “dei cigni” c’è quasi un secolo e mezzo di storia dello stato, un romanzo nel quale arte e politica, vita e non vita, appaiono indissolubili. 

Un buon inizio

La direzione dei teatri imperiali si rivolse a Pëtr Il’ič [Čajkovskij, ndt] con un ordine inconsueto: comporre il balletto del “Lago dei cigni”. Il fatto è che, in precedenza, la musica da balletto  veniva considerata come un “genere leggero” dai grandi compositori. Il libretto parafrasava a suo modo leggende popolari tedesche su ragazze stregate, trasformate in cigni. In queste fiabe l’amore trionfava sulla morte. Nella vita tutto è più pratico. In una lettera a Rimskij-Korsakov, Pëtr Il’ič ammetteva di aver accettato il lavoro per due motivi: “…in parte per il denaro, di cui ho bisogno, in parte perché da molto tempo volevo misurarmi con questo genere di musica”. Gli avevano promesso, per la cronaca, 800 rubli. Una cifra enorme per quei tempi.

Ed ecco in un giorno di marzo la première al Bolšoj: le più grandi sfere della società, le logge brillano, sulla scena gli artisti della compagnia imperiale e… la messa in scena di Vaclav Reisinger si rivela un  fallimento.

I critici stroncarono tutto, tranne la musica.

Čajkovskij scrisse: “Quando la musica è buona, non importa che Sobešanskaja la balli o meno”. Ecco, fermiamoci qui. La stessa Anna Sobešanskaja, prima ballerina, aveva rifiutato la parte di Odette/Odile nella première dello spettacolo. Aveva un disperato bisogno di un numero da solista nel terzo atto. Čajkovskij, cedendo, aveva composto questo numero appositamente per lei, che, insaziabile, lo convinse ad aggiungere un’ulteriore sontuosa variazione per la gran felicità…sua, e delle prossime generazioni degli amanti del balletto.

Ritratto di Čajkovskij a Odessa, inverno 1893

La strana morte del compositore a 54 anni suscitò una straordinaria ondata di amore verso la sua musica. In occasione del concerto in memoria di Čajkovskij, il coreografo Lev Ivanov mise in scena il secondo atto. 

E – attenzione! – fu lui a ideare “la danza dei piccoli cigni”, che gradualmente si è trasformata in un trite[2], un numero di danza trito, logoro fino ai buchi, 

che è utilizzato in “Nu, pogodi!” [3] e in “Kamedi Klab”[4], nelle scuole materne, e da uomini travestiti alle feste aziendali che in seguito postano video su internet.

Un milione di tormenti

Rimase per decenni un classico la versione di Petipa, benché in tempi diversi anche Vaganova e Nureev abbiano messo in scena il balletto. John Neumeier vide, nella storia del principe Siegfried innamorato del cigno, un riflesso del tragico destino del “fiabesco” principe Ludwig II di Baviera, che aveva fatto costruire il castello di Neuschwanstein.

Questo balletto, con la malinconia propria dell’amore perduto, apre davvero la possibilità alle interpretazioni più inaspettate.

Nei cinema proietteranno la versione di Jurij Grigorovič, del 1969. È l’immersione nel milione di tormenti spirituali del principe Siegfried. Il mago Rothbart si trasforma in un genio del Male, un oscuro alter ego dell’eroe. Le scene sul lago riflettono il mondo dei suoi sogni fluttuanti.

Il cigno bianco, personificato da Odette, si riduce in polvere, il principe rimane solo nel vuoto che lo circonda. Questo succede ai principi malvagi.

La censura corresse immediatamente lo spettacolo, fu chiesto a Grigorovič di reintrodurre la struttura tradizionale e il lieto fine, e di cancellare il tema del dualismo di Siegfried e Rothbart. Lo spettacolo “corretto” fu mostrato al pubblico il 25 dicembre. Nel corso dei decenni successivi il coreografo ha gradualmente reintrodotto le innovazioni drammaturgiche rimosse (ad eccezione del finale).

I “Cigni” e il potere sovietico

Il Politburo, con mano senile ma robusta, si appropriò di questo balletto come di un sacro patrimonio nazionale, come vetrina dei propri conseguimenti. Al “lago” invitavano le delegazioni ufficiali straniere. I “Cigni” intrattenevano i capi di stato. Di questo si ricorda nella sua autobiografia Majja Pliseckaja [5], che ballò Odette 800 volte! “Li portavano tutti al Bolšoj. Al balletto. E quasi sempre, al “Lago dei cigni”. Bandiere  a mezz’aria; risuonano gli inni. Si accendono le luci nella sala. Tutti si alzano. I capi dalla loggia reale centrale salutano benevolmente i moscoviti con mani gracili e paffutelle; pace, amicizia, persone gentili. I candelabri dorati si affievoliscono, si riversa la musica del cigno di Pëtr Il’ič”. Di regola, Nikita Chruščëv accompagnava gli ospiti. E così, come racconta Pliseckaja, vide il “Lago dei cigni” fino alla nausea. Pochi anni dopo confessò alla ballerina: 

“Quando penso che di sera vedrò nuovamente il “Lago dei cigni”, mi sale subito la nausea. Il balletto è meraviglioso, ma per quanto! Di notte sogno bianchi tutù alternati a carri armati”.

Majja Plisejkaja ne "Il lago dei cigni", Photofest - ebay, PD-US.

I “Cigni” e Stalin

Stalin non amava la loggia reale; era troppo visibile, in bella mostra. Preferiva quella laterale. Il diplomato all’istituto religioso di Gori proteggeva il Bolšoj, che grazie a ciò non conosceva difficoltà materiali. Andava spesso a teatro, e centinaia di agenti della sicurezza dello stato circondavano il Bolšoj, e controllavano più volte i documenti  degli artisti: all’entrata, prima di salire sul palco. Gli artisti soffrivano, erano pressoché nudi! “ Legati perlomeno il lasciapassare alla gamba, come se fosse il numeretto nel bagno pubblico”[6]. 

Il condottiero amava il “Lago dei cigni” di un amore incondizionato: melodie orecchiabili, scenografie suggestive. È significativo che questo balletto coincise con l’inizio della sua fine. Il 27 febbraio del 1953 lo spettacolo del “Lago dei cigni” era, come sempre, tutto esaurito. Il pubblico non si accorse nemmeno di come l’ombra di Stalin, scortato dal colonnello Kirillin, sgattaiolava nella loggia laterale. Era rimasto fino alla fine dello spettacolo, chiese all’impresario di ringraziare gli artisti. In seguito, partì per la dacia Bližnjaja. Pochi giorni dopo i medici diagnosticarono a Stalin la paralisi del lato destro del corpo; morì il 5 marzo.

I “Cigni” e i grandi funerali

I sovietici, che sapevano leggere tra le righe e ascoltare tra le note, lo sapevano: se accendendo la televisione trovavano il pas de deux e la “danza dei piccoli cigni”, li attendevano lugubri notizie.

Il giorno della milizia, il 10 novembre 1982, al posto del concerto atteso dalle masse, venne trasmesso “Il Lago dei cigni”. Era morto il caro Leonid Il’ič [Brežnev, ndt]. Si racconta che in quel giorno giornalisti istruiti (era accaduto anche in precedenza) ricordavano semplicemente la storia della stesura del balletto. Čajkovskij portò a termine la sua opera nella cosiddetta settimana di Fomin [7], in cui cade la festa di Radonica [8], o Roditel’skij den’, di commemorazione dei defunti.

Gradualmente il balletto, da biglietto da visita ufficiale del teatro Bolšoj e dell’impero sovietico, si trasformò in uno spettacolo funebre con 32 fouetté. Le fouetté vorticarono anche in onore di Andropov e di Černenko.

Con “Il Lago dei cigni” del 19 agosto 1991 prese il via il colpo di stato. I sovietici, che salutavano una calda mattina di agosto guardando la tv,  premevano perplessi il telecomando, ma si imbattevano ne “Il lago dei cigni”, che occupava tutti i canali. 

Era chiaro: stava succedendo qualcosa di straordinario. Straordinaria infine fu la fine dell’Unione.

“Il lago dei cigni” divenne al tempo stesso “lago della speranza” ed emblema del cambiamento, segno di restaurazione politica, e uno degli accordi conclusivi dell’epoca sovietica, il suo canto del cigno.

Successivamente, nel popolare programma notturno per adulti “Tušite svet” [9], la parola Putč (Putch, colpo di stato, ndt) e la sigla GKČP (Comitato statale per lo stato d’emergenza, ndt) furono decodificati per bocca di Chrjun Moržov: Pora uže tancevat’ Čajkovskogo (È giunta l’ora  di ballare Čajkovskij, ndt) e God kogda Čajokovskogo pokazybajut (L’anno in cui mostravano Čajkovskij, ndt).

È giunta l’ora di ballare Čajkovskij

La domanda è: perché proprio Čajkovskij? Ci viene in aiuto la formula della sua opera, desunta dai musicologi: accessibilità, sincerità nell’esibizione del realismo artistico. Nelle gerarchie ufficiali, Čajkovskij occupa nella musica quell’onorevole primo posto che Puškin, sole della poesia russa, occupa nella letteratura. 

Bene, ma perché proprio “Il lago dei cigni”, e non, ad esempio, “Lo schiaccianoci” o l’“Evgenij Onegin”?

Ne “Il lago dei cigni” il soggetto ad acquerello si dissolve nelle acque del misticismo e del dolore. Nell’“Onegin” c’è troppa passione, troppi drammi umani, troppi personaggi viventi. Ne “Lo schiaccianoci” c’è un’atmosfera troppo festosa, natalizia e poetica.

I “Cigni” simboleggiano la malinconia, l’attesa, se non la morte, qualcosa di inquietante. Gli studiosi ritengono tema trasversale del balletto il tema della morte, che offre la possibilità della proiezione di un’empatia collettiva. Le troupe televisive, trasmettendo la musica di Čajkovskij, speravano di immergere la massa di spettatori in una seduta di catarsi nazionale nei giorni di lutto. Ma che catarsi può esserci quando la popolazione sotto l’assolo di violino che scorre dal televisore si racconta barzellette riguardo le “tre bare in un piano quinquennale” [10].

Locandina della versione russa del film "Il cigno nero", 2010. Fox Searchlight Pictures

A Bigger Splash

Non è facile trovare un balletto più popolare nella storia della musica. Oltre alle centinaia di rappresentazioni teatrali, ci sono molte interpretazioni cinematografiche. Da quelle tradizionali a quelle più inaspettate. 

Ad esempio, Luca Guadagnino (“A Bigger Splash”) ha ritratto la storia della triste Odette, trasformata in un cigno da un mago malvagio, senza danzare affatto.

“Il lago dei cigni” ha ispirato il famoso regista Darren Aronofski nel girare il thriller psicologico “Il cigno nero” con Natalie Portman e Winona Ryder nei ruoli principali. Ovvero come un’immatura ballerina innamorata dell’arte impazzisce oppressa da una madre-tiranno.

E proprio un anno fa Anton Bil’žo ha girato la sua tragicommedia sociale “Il lago dei cigni” su come la riflessiva moglie di un oligarca provinciale, candidato governatore, decida di metter su un balletto con gli emarginati del luogo: vecchi e giovani, poveri e miserabili. Poiché questo balletto è una sorta di purificazione, un’astronave che fugge dalla realtà fragile e senza speranza di un paese cosmicamente senza speranza.

[1] Letteralmente “pioggia”, si tratta di uno dei più importanti canali di informazione indipendente in Russia, fondato e diretto da Natal’ja Sindeeva e Vera Kričevskaja. In onda dall’aprile 2008, ha temporaneamente interrotto la sua attività il 3 marzo di quest’anno, in seguito all’inasprimento della censura russa

[2] In inglese nel testo.

[3] “Aspetta un po’!”. Popolare cartone animato sovietico per bambini, prodotto a partire dal 1969 e trasmesso fino al 2012.

[4] “Comedy Club”. Programma tv comico russo in onda dal 2005.

[5] Majja Michajlovna Pliseckaja (1925-2015), una delle più importanti ballerine contemporanee. Ha interpretato tutto il repertorio russo, il pezzo che l’ha resa più famosa è stata “La morte del cigno”.

[6] Si tratta di una citazione del romanzo autobiografico Galina. Istorija žizni (Galina. Storia di una vita), del soprano Galina Višnevskaja (1926-2012).

[7] “Settimana di Tommaso”. Fomina Nedelja ortodossa o Radonickaja nedelja popolare, si tratta di una settimana di celebrazioni che inizia la domenica dopo Pasqua e si conclude il sabato successivo.

[8] Tradizione ortodossa diffusa in Russia, Ucraina e Bielorussia. Festa di commemorazione dei defunti che cade il secondo martedì di Pasqua.

[9] “Spegnete la luce”, programma satirico in onda dal 2000 al 2003. Chrjun Moržov, citato appena dopo, è uno dei personaggi principali del programma.

[10] Frase umoristica con cui si indicava la fine dell’era della stagnazione. Le tre bare fanno riferimento al susseguirsi di morti tra le fila delle alte sfere del partito nel periodo 1980-85.

Autrice: Larisa Maljukova, editorialista per “Novaja”

Fonte: Novaja Gazeta, 7 marzo 2022

Traduzione: Riccardo Mini

Revisione: Martina Fattore

 

Questo articolo è estratto dal N° 24 del 9 marzo 2022