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Recensione di “Simon”, di Narine Abgarjan

Simon, il romanzo che ha il nome di un uomo ma parla di donne. Pubblicato a Febbraio da Francesco Brioschi editore, l’ultimo romanzo di una delle autrici più interessanti dell’ultimo decennio è stato tradotto in italiano da Claudia Zonghetti

Recensione a cura di Simona Carosella

 

Il romanzo della scrittrice armena Narine Abgarjan porta il nome di quello che sembra essere il suo protagonista, Simon: sin dalla quarta di copertina l’uomo in questione risalta all’occhio del lettore come il perno intorno al quale girano altre vite, in particolare quelle di quattro donne che all’apertura della storia si recano al suo funerale. Di conseguenza, quello che mi aspettavo era un romanzo in cui la presenza di Simon preponderasse, invadesse e plasmasse in qualche modo in mondo degli altri personaggi – una sorta di lungo flashback sulla sua vita. Ci si accorge presto che non è così.

Il libro si suddivide in quattro capitoli principali – più una piccola introduzione e un epilogo –, ognuno dei quali sviscera la vita delle quattro donne che sono state le amanti principali di Simon. Ci si aspetterebbe che ogni capitolo si concentri sulla relazione tra lui e la donna in questione, che analizzi il significato della loro storia d’amore, che spieghi l’essenzialità di Simon nella vita di queste persone.

In realtà – tranne che in un caso – l’incontro con Simon occupa poche pagine di quello che è invece il racconto della femminilità armena negli anni del dopoguerra. In effetti, la precitata quarta di copertina, sebbene definisca il mondo di queste donne come “le donne di Simon” pone subito dopo l’accento su come la realtà sia invece “trainata” da quelle stesse donne.

La storia è ambientata in un piccolo paesino montano dell’Armenia che sembra essere avvolto da un’aura “marqueziana”; si tratta infatti di una realtà rurale in cui tutti si conoscono, tutti parlano gli uni degli altri, tutti conoscono Simon e la sua fama di donnaiolo e tutte e quattro le protagoniste sono parte del pettegolezzo paesano, ognuna a modo suo. E ognuna a modo suo interagisce con l’ambiente, chi compenetrandosi in esso, chi rifiutandolo, chi isolandosi, ma nel bene e nel male tutte sono in qualche modo legate alla montagna materna e a tutte le tradizioni che porta con sé.

Incarnazione della mano gentile che viene tesa alle donne è la “scema del villaggio”, Vardanuš detta “Occhistorti”, a metà tra un essere umano e un essere mitologico, metà donna metà semplicemente “scema”, che però nasconde dietro la sua apparente assenza dal mondo una tenerezza spesso dimenticata.

SIMON
Simon, traduzione di Claudia Zonghetti. Francesco Brioschi editore, 2022.

Silv’ja, Eliza, Sof’ja e Susanna sono donne che per il periodo storico in cui vivono sono vittime della miseria, dell’arretratezza culturale ma anche dei pregiudizi e del loro stesso essere donne. Subiscono e patiscono ma la loro vera forza risiede nel non perdere mai quella luce interiore che le rende se stesse. Ed è proprio questo che Simon rappresenta per loro: se su un piano di comprensione superficiale Simon risulta solo come il donnaiolo del paese che tradisce sistematicamente la moglie con chiunque gli capiti a tiro, metaforicamente Simon rappresenta la voglia di non perdersi, la tenacia di chi sa rialzarsi dopo le batoste della vita, il raggio di sole alla fine del tunnel.

Simon arriva nella vita di queste donne quando il loro sguardo è arido e disilluso e regala loro un motivo per amarsi, o meglio fa riscoprire loro questo motivo. La relazione con Simon è narrata in modo celere, in poche pagine, perché non è la relazione in sé che conta, ma ciò che essa porta a scoprire. Lo schema è vero tre volte su quattro, perché la storia di Susanna si distanzia dalle altre in quanto il ruolo di Simon si rivela essere più intenso, la storia di Susanna in qualche modo è anche la storia di Simon, che fino a quel momento era rimasto un personaggio sullo sfondo del romanzo che porta il suo nome.

Questa rottura dello schema proposto nei primi tre capitoli aiuta a trasferire Simon dal piano metaforico al piano reale, a farlo essere per una volta il protagonista delle vicende e a modellare la sua personalità, che fino a quel momento era solo abbozzata.

Il mondo creato da Narine Abgarjan è al contempo reale e surreale, si raccontano le tradizioni armene, i loro piatti tipici, la conformazione delle case e delle strade, i soprannomi e le denominazioni che vengono date a persone e luoghi, dando l’impressione di affacciarsi in un mondo fantastico che diventa pagina dopo pagina sempre più familiare. Inoltre la ricchezza di elementi tipicamente armeni è molto interessante per il lettore occidentale che potrebbe non avere familiarità con questa cultura, cogliendo così l’occasione per dare uno sguardo più ad est del solito.

Narine Abgarjan
L'autrice

La costruzione di questo mondo è accompagnata da una narrazione molto fluida e ricchissima di particolari – non si manca mai di specificare il colore e la forma delle cose, che suono fanno i capelli quando sono mossi dal vento o il brontolare di una vecchia durante la notte –, cosa che contribuisce alla creazione dell’immaginario nella mente del lettore e lo arricchisce anche con piccole schegge di surreale fantasia, soprattutto nella descrizione di personaggi fuori dalle righe che risultano quasi macchiette.

Lo stile semplice, leggero e frizzante accompagna il lettore che si immerge senza fatica nelle pagine e arriva alla fine senza quasi accorgersene, riemergendo come dopo un’immersione subacquea. Simon è tratteggiato come a matita leggera, si allarga e si restringe a seconda della nostra immaginazione, si riempie di significati, si appiattisce e poi si gonfia di nuovo, plana sugli occhi del lettore che inizia a vedere e a trovare, con lui e forse grazie a lui, parti inedite di sé.

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