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Recensione di “Pietroburgo”, di Michail Struve

Una brevissima immersione nella capitale zarista, con una guida che ama soffermarsi su tutti i dettagli che compongono un'era passata. L'edizione di Damocle presenta testo trilingue (russo, italiano e inglese) e delle bellissime foto in bianco e nero del celebre fotografo Karl Bulla.

Recensione a cura di Giulia Cori

 

Se siete stati a San Pietroburgo in primavera (ma non solo), questo libriccino farà affiorare un malinconico sorriso in questo presente che vi allontana a forza dalla capitale di Pietro. Se non ci siete stati, Michail Struve si incarica volentieri di portarvici. La Pietroburgo di Struve non è, tuttavia, quella che conosciamo; è una città lontana nel tempo, una favolosa cartolina di epoca zarista, e il secolo diciannovesimo è tanto vicino da sentirne ancora l’affascinante influsso.

Michail Struve scrive queste pagine nel 1921, quando ormai è già un esule parigino. Prima della rivoluzione, Struve era ben inserito in numerosi circoli letterari pietroburghesi (rimarrà sempre attivo anche nella società letteraria russa di Parigi), si accompagnava spesso agli acmeisti, e bazzicava il famoso Cane randagio, sulla piazza Michajlovskaja.

Il viaggio a ritroso nei meandri della memoria, che sola può preservare un luogo che ormai non è più, inizia così:

Dopo esserci addormentati una sera d’inverno a Parigi, svegliamoci a Pietroburgo, una mattina di maggio.

Come quando ci si addormenta in un posto e il sogno ci catapulta magicamente da un’altra parte, o forse come quando si va a dormire con il desiderio infantile di trovarsi altrove al risveglio.

Pietroburgo, Struve
Pietroburgo, traduzione di Maria Emelianova. Damocle edizioni, 2019.

Lo scrittore riassapora col ricordo i colori, la luce e la brezza della città in cui è cresciuto e che conosce perfettamente. I dettagli minuziosi che modellano la descrizione ci rendono il realismo di una vita accaduta davvero in quei limiti spazio-temporali: come lo sbattere dei raggi del sole sulle finestre, un elemento così quotidiano che solo chi lo ha osservato centinaia di volte riterrebbe degno di nota.

La prima sensazione mnemonica, la vista, lascia spazio in un secondo momento all’udito, che ha registrato più di una volta il rintocco dell’orologio della fortezza di Pietro e Paolo, o la ritmicità militaresca della marcia della guardia imperiale.

Struve si sofferma − ovviamente − anche sulle bellezze architettoniche della capitale, con la sua mescolanza di vecchie case di legno degli scorci più discreti e imponenti palazzi barocchi di gusto italiano, sapientemente alleggeriti per il più schietto “occhio nordico”.

Alle fugaci citazioni letterarie degli immancabili Puškin e Gogol’ si alterna la vivacità popolare delle strade in festa durante la settimana santa, ricche di stimoli sensoriali capaci di imprimere nella mente lo spirito della circostanza. I palloncini volteggiano ancora davanti agli occhi, i profumi di dolci dal sapore nient’affatto deludente aleggiano sotto il naso, e i diavoletti di Cartesio − o i “cittadini americani”, per chiamarli alla russa − galleggiano eternamente nei loro barattoli di vetro.

Il viaggio mentale di Struve non si può non concludere con una nota amara, al pensiero delle tombe di quanti giacciono all’ombra del monastero di Aleksandr Nevskij, quegli antenati putativi che “hanno costruito una vita cara e dolce, oggi distrutta senza pietà”.

La giornata per le strade di Pietroburgo è conclusa, e la nostra guida deve tornare, suo malgrado forse, al 1921, in terra straniera. Nella sua città lontana, chiamata ormai con altro nome, imperversa la guerra civile che sconquassa la Russia intera, e che la renderà al mondo definitivamente cambiata.

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.