Abbiamo deciso di unire le forze con un progetto che moltы di voi già conoscono e stimano. Con Andergraund Rivista, tradurremo in italiano una selezione di articoli della Novaja Gazeta. NG ha sempre dato voce al coraggio del dissenso, coraggio che è costato caro ad alcune/i collaboratori e collaboratrici della rivista: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Viktor Popkov, Natalja Estemirova. Oggi NG diretta dal premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, aggira la censura con piglio sagace e ironico proponendo contenuti brillanti e coraggiosi. Il nostro intento è rendervi accessibili questi contenuti!

Fratelli

Un poema di Jurij Rost, su chi siamo l’uno per l’altro

I fratelli Lysenko Chtodos’, Petro, Ivan, Vasil’, Michajlo, Stepan, Nikolaj, Pavlo, Andrej e Aleksandr. Foto: Jurij Rost/Novaja gazeta

Nel giro di alcuni anni presso il villaggio di Brovachi, sotto il distretto di Korsun’-Ševčenkivskij, nella famiglia di Lysenko Evdochija e Lysenko Makar Nazarovič nacquero sedici figli: Stepanida, Chtodos’, Petro, Evtuch, Ivan, Vasil’, Michajlo, Stepan, Nikolaj, Pavlo, Andrej, Aleksandr, Nastas’ja, Evdocha, Ganna e Marija. Undici maschi, dunque, e cinque femmine. Accompagnati dalla madre e dal padre attraversarono fame e malattie, uscendone vivi. Tutti. Vero, Evtuch nel ‘33, dopo aver perso, a quanto pare, la fede nella famiglia, abbandonò il nido per trovare un destino migliore, andando in cerca di guadagno in altri paesi. Ma, unico a non averla vinta sulla vita, sparì dalla circolazione, fu dato per disperso e morì (come credono a Brovachi)…

Nel ‘36, Makar Nazarovič, che non aveva mai avuto problemi di salute, si ammalò e in una notte lasciò a Evdokija Danilovna la gioia di accudire quindici bambini e una nuora. E cominciarono a vivere come potevano. Nessuno di loro riuscì a terminare la scuola o l’istituto, ma, di nuovo, nessuno di loro finì in prigione o rubò ad altri. La gente non ricorda niente di negativo sui Makarovič. In cambio ricorda che Evdocha, fosse estate o inverno, una volta a settimana obbligatoriamente vestiva i bambini con abiti puliti, anche se le scarpe non le indossavano in tutte le stagioni. Ricorda che il pozzo, scavato ancora dal nonno Nazar, non era recintato (chi vuole beva o abbeveri i cavalli), che, quando dalla fattoria la mamma e i bambini si trasferirono al villaggio, questi sciamarono come api su un terreno, misero velocemente l’ampia mazanka [1] sotto la paglia e, sempre da soli, costruirono la stufa. 

E ancora gli abitanti del villaggio ricordano che, quando arrivò il momento, a partire per la guerra lasciando la casa [2] materna furono tutti e dieci i figli maschi: Chtodos’, Petro, Ivan, Vasil’, Michajlo, Stepan, Nikolaj, Pavlo, Andrej e Aleksandr. Dieci. 

E tutti e dieci tornarono dalla guerra. Tornarono tutti. 

Non ho specificato: Chtodos’, Petro, Ivan, Vasil’, Michajlo, Stepan, Nikolaj, Pavlo, Andrej e Aleksandr tornarono dalla madre dopo la guerra. Ciascuno per conto proprio, è vero, chi senza una gamba, chi su una barella, ma tutti. 

La prima volta che lo seppi ebbi i brividi. La coscienza, il cuore, l’intero organismo si rifiutavano di accogliere questa notizia con gioia e normalità: i fratelli sono andati a lavoro e sono tornati dal lavoro… perché questo lavoro era la guerra, che ci aveva abituati alla morte, e la vita in guerra ci sconcertava, quasi ci spaventava. (Se fossero andati via in dieci senza fare ritorno ci saremmo dispiaciuti, ma l’avremmo accettato, invece qui sono tutti — guarda la foto — vivi. È mai possibile?)

Ecco cosa ci ha fatto la guerra. Ci ha tolto fiducia nella vita.

All’improvviso la vita delle persone al fronte era sbagliata, se sopravvivevano non c’era bisogno di vivere come ci avevano scritto e come avevamo letto. 

A Brovachi c’era la nebbia: case bianche si ergevano su pendii bianchi, cavalli bianchi morivano sul parapetto della trincea fatto di bianche barbabietole da zucchero, galline bianche sedevano su un rametto di betulla, un vecchietto dalla testa bianca ruotava lentamente, come in sogno, la bianca manovella del pozzo. 

− Avreste fatto bene, nonno, a mettere una pompa: da quella profondità è pesante tirare sù, − Intavolo una conversazione per la mia prima conoscenza nel villaggio.

− No – scuote il capo il vecchietto, − a me quello spremitore d’acqua non serve. La pompa la schiaccia tutta. Mentre nel recipiente l’acqua è intera.  

 Posiziona il recipiente sul bordo del pozzo. È vero: l’acqua è intera. Io mi piego per abbeverarmi e vedo da un’intera fetta d’acqua come la nebbia si dirada, come il morto biancore si colora di un caldo vivo. Vedo il sole arancione che sorge, i trattori blu che corrono per il campo, i bambini con le cravatte rosse sulla strada per la nuova scuola, i mužiki [3] in giacche grigie screziate che spronano con una pertica mucche di un beige variopinto, chiacchierando prima del lavoro, un caposquadra su un motociclo bordeaux che sfreccia a una velocità folle. E attorno, rincantucciato suggestivamente nella periferia del villaggio, il bosco, nel quale o è saltato il cavallo dorato [4] (nel punto che ha colpito con lo zoccolo c’è una fontana gialla di pino, betulla o acero), o è arrivato l’autunno… 

− La vostra acqua è magica [5], nonno.

− Bevi!

− I fratelli Lysenko li conoscete? I figli di Evdocha e Makar?

Il nonno annuisce:

− Solo la donna di Makaricha non c’è più da un po’, i giovanotti sono tutti vivi. 

Tutti. 

Sul confine del villaggio, non lontano dal mulino a vento conservato dal kolchoz come ricordo, si annida una casa piccola, ma scrupolosamente ricoperta di mattoni: la casa di Nikolaj Makarovič Lysenko, il fratello Nikolaj. Il primo nel mio cammino. 

Il proprietario, in piedi sotto un melo, rasa con la macchinetta il vicino tozzo e canuto. Lui è seduto accanto a una montagna di zucche giallo-verdi e dà consigli. 

− Tu, Mykola, vai deciso dal basso verso l’alto, fino al centro della testa.

− Date una passata pure sulla parte alta,− consiglio io, guardando la nuca e le tempie che diventano azzurrine.

− Non ce n’è bisogno, − dice severo il vicino, aspirando fino in fondo il trinciato. −Un po’ di chioma lasciala che domani è la festa della Costituzione.

Il fratello Nikolaj sorride timidamente e toglie l’asciugamano di dosso al vicino, poi strappa una mela dall’albero e me la allunga. 

− Io questa pianta la chiamo la zingara. Famiglia non ne ha, ma le sue mele sono belle e saporite.  

− Lui sa fare tutto – dice di Nikolaj il vicino con tono di sfida, sospettando che io sia un corrispondente. −Una buona quota nel kolchoz la otteneva sempre, dopo che è tornato dal fronte nel ‘44. Certo, non è arrivato da solo visto che era gravemente ferito. Però tra tutti i fratelli è stato il primo a ritornare dalla madre. 

Il servizio militare lo lasciò veramente prima degli altri. Che fare, il suo lavoro non era fatto per un longevo in guerra. Spingevano a mano il “45 mm” sulla trincea e attendevano i carri armati. Di solito aspettavano fino all’ultimo. Nei pressi di Žitomir la squadra del fratello Nikolaj colpì due carri armati, il terzo li sorpassò. Dopo qualche giorno in ospedale lui si riebbe e seppe che si era svegliato da solo, senza i suoi compagni…

− Ah, la vita! Per il Salvatore del miele, la festa, il 14 di agosto, loro erano già qui. Apposta hanno cominciato la guerra giusto in tempo perché non potessimo raccogliere il pane… Apposta per questo, giuraddio!

Il fratello Nikolaj lavorava come trattorista nella stazione agraria sperimentale di Mironovskij, quando per i campi non ancora maturi dell’Ucraina rotolò la guerra. Era rotolata questa come una gigantesca lacrima sulla terra cotta dal sole nella zona di Brovachi, Myronivka, Kiev, Mosca, e la brava gente si preparava all’incontro con lei, ognuno a proprio modo: chi scavava trincee, chi provava il fucile sulla spalla, chi aggiustava le armi, mentre al fratello Nikolaj era toccato un compito spiacevole per un contadino: rovinare il pane. L’aveva seminato da solo, l’aveva coltivato, per il grano mancavano in tutto tre-quattro settimane… Ah, la vita! Attaccò il rullo al suo trattore e andò nel campo… Poi gli ordinarono di portare il trattore al di là del Dnepr in modo che i tedeschi non se ne impossessassero. Lui arrivò al ponte di Čerkasy quando già questo non c’era più… Avevano fatto in fretta col ponte, e “la grande forza delle persone e della tecnica” era rimasta sulla sponda destra. Ed era già quasi la festa del Salvatore del miele. Il fratello Nikolaj avviò il motore, lo mise in marcia, saltò giù e il trattore sparì nel Dnepr da solo. E Nikolaj tornò a Brovachi via terra. Presto si prepararono a chiamarlo perché arasse altri campi sotto altri cieli, ma lui non volle e per questo scappò e tornò a casa. La mamma nascose Nikolaj, ma lo trovarono, e la presero a calci a casa, davanti ai figli. E di nuovo lui scappò. Lo portarono a Korsun’, in un lager, e tornò da là. Lo catturarono e lo portarono a Kiev, ma lui tornava a casa, ancora e ancora. Dalla terra, dalla mamma. Dove sarebbe dovuto andare?! Nell’autunno del ‘43, a Darnycja, radunarono i prigionieri in un grosso magazzino, ma non fecero in tempo a farli fuori. Il 6 novembre quelli che aprirono il magazzino non erano affatto gli stessi che l’avevano chiuso. Il fratello Nikolaj si fermò vicino a un cannone e si incamminò verso Occidente, c’è da dire che non andò molto lontano… 

Siamo seduti dentro casa. Nella stanza semivuota ci sono fotografie, orologi, un ricevitore radio e un televisore coperti con dei tovaglioli, una cartina politica dell’URSS, icone, un manifesto dei giochi olimpici, panche lungo la finestra, passatoie e rušniki [6].

− Il giorno più doloroso?- ripete Nikolaj Makarovic, riflettendo.

− Quando abbiamo perso nostro figlio Oleksa − dice piano la moglie Evdokija Pavlovna − ha avuto un incidente in primavera. 

− Già −annuisce il fratello Nikolaj − Già. E prima di quello vi fu un altro giorno, quando sono passato sul pane col rullo compressore. 

Sono seduto sulla panchina presso l’edificio del consiglio rurale, a capo del quale vi è il figlio di Nikolaj Makarovič, Ivan. Ivan stesso, un uomo d’affari bello e allegro, fa in fretta il giro del villaggio col suo motociclo, radunando gli zii per scattare una foto di gruppo di tutti i fratelli assieme. Non si radunano spesso i Lysenko. Da quando la mamma non c’è più si incontrano tutti insieme solo ai matrimoni dei figli, e oggi per la foto (grazie, festa!).

Per primo arriva al luogo dell’incontro il fratello Stepan. Domani deve andare al sanatorio, così ha deciso, forse prima arriva e prima lo lasciano andare.  

− Il kolchoz dava un buono soggiorno. E dunque io ancora oggi, considerate, sono un trattorista. Dal ‘47, quando tornai dal fronte. 

E tornò così: stava camminando sulla strada per il villaggio e il primo che incontrò fu il fratello Michajlo che andava con i cavalli alla stazione. Il fratello Michajlo non riconobbe il fratello Stepan. Forse perché la valigetta del fratello Stepan era “un po’ lercia”, o forse perché non si vedevano da sette anni, dall’inizio della guerra. 

− Sei tu, fratello Michajlo? 

− Sono io. 

− Ahh. E dove vai? 

Il fratello Michajlo andava a sbrigare affari per il kolchoz, ma tornò indietro e portò il fratello Stepan a casa. Di sera accorse tutto la fratellanza. La mamma cucinò per tutti, passeggiarono.. Poi lui riposò per quattro giorni e cominciò a sposarsi. 

− Avevate una fidanzata?

− Si che ce l’avevo! Mi aveva aspettato per sette anni anche se non le avevo scritto… Le lettere si usavano poco allora. E poi cosa avrei dovuto scrivere?

In effetti, c’erano solo due guerre: una contro i tedeschi e una contro i giapponesi. 

Per la prima battaglia andò dalle parti di Smolensk come carrista − senza carro, è vero (non bastavano per tutti) e lo portarono via due settimane dopo con gravi ferite alla testa. Rimase a letto per un anno e mezzo, sempre nella sua 83esima divisione corazzata della guardia, che nel frattempo aveva cambiato in meglio la propria collocazione, andando via dalla zona di Smolensk a Occidente, a Vilnius. Verso il maggio del quarantacinque, attraversando assieme al fratello Stepan la Polonia e la Prussia orientale, la divisione si fermò proprio sul mare. Il fratello Stepan si riprese, si mise in treno e si diresse a Oriente, l’oriente estremo. 

E mentre noi andavamo a combattere contro i giapponesi, tutto era già finito perché lì c’era il fratello Petr!

C’eravate voi?- chiedo io a un uomo magro che si avvicina verso di noi, con la manica vuota infilata dentro la tasca. 

C’ero io, e chi sennò! Ho pure preso una medaglia… In Manciuria e nelle Isole Curili. Ne abbiamo visti di posti, hai voglia: dalle Curili, venendo in qua e ancora oltre… I Lysenko fino a Berlino sono arrivati! Mezzo-mondo! Si, giuraddio!..

Ricordate il vostro ritorno dalla mamma?

Si, ovvio. Mi avevano smobilitato, quattromila mi avevano dato: il mucchio era grosso, ma i soldi valevano poco. E io me ne andai. Prima a casa, dalla mamma, perché era di strada. Come venire dalla città. 

E la fidanzata ce l’avevate?

Si, e che fidanzata… Figli non ne avevamo. E quando mi toccò andare a combattere mi separai da lei…

Anche il fratello Petro non mandava molte lettere a casa, e non c’era dove andare finché Brovachi stava sotto i tedeschi. Dopo la guerra divenne postino, come per espiare la colpa per tutte le lettere non scritte. Adesso fa il guardiano nel deposito di trattori e riceve 60 rubli di pensione. 

E quindi? si vive bene. Perché non vivere..

Al consiglio del villaggio si avvicina Pavlo Makarovič e si siede sulla panchina accanto a noi.

Ecco, chiedete a lui come è tornato a casa. Lui è tornato per penultimo. La mamma non voleva farlo entrare, perché era arrivato troppo tardi.

A casa, il soldato di fanteria Pavlo Lysenko, che aveva combattuto la prima battaglia nella zona di Korsun’, era tornato effettivamente tardi, perché aveva avuto da fare a Karpaty dopo la guerra. Aveva dovuto ripulire il bosco dai banderovtsy [7]. Era arrivato di sera, aveva guardato la finestra e aveva visto che in casa c’erano dei giovani in uniforme (le reclute avevano tagliato la legna e si erano fermate a casa di Evdocha Lysenko). La mamma si era avvicinata alla finestra e aveva fatto cenno con la mano: “Vieni, vieni soldato, la casa è piena…” Poi l’aveva riconosciuto, ed era scoppiata a piangere. 

Il fratello Pavlo guarda un uomo con indosso un cappotto e un cappello che si dirige verso di noi: 

− Ma la gioia più grande fu quando proprio lui, il fratello Saško, tornò a casa. Fu il decimo. 

Il fratello Aleksandr tornò dalla guerra per ultimo. C’è da dire che tra i Lysenko fu quello che arrivò più lontano: giunse fino a Berlino. Fu anche al Reichstag: trasmettitore della quarta divisione carristi. Voleva firmare per sé e per i suoi fratelli, la calligrafia non era importante… Lì stesso, a Berlino, il fratello Saško restò in servizio fino all’ultimo, inviando alla madre e alle cinque sorelle (i fratelli avevano già messo su famiglia) pacchi da cinque chili. E dopo essere tornato, anche lui si separò dalla famiglia e divenne falegname, sellaio, mugnaio nel kolchoz, e ancora oggi lavora regolarmente. 

Ci alziamo dalla panchina e andiamo sulla collinetta dove ci aspettano gli altri fratelli: Vasil’, Ivan, Chtodos’, Michajlo e Andrej. Tutti e dieci stanno in piedi davanti all’obiettivo, come vogliono loro, lasciando davanti il più vecchio, Chtodos’ Makarovič. Dietro, si avvicina con la sua motocicletta bordeaux il caposquadra dei trattoristi Jakov Semenovič Revnjuk, cavaliere dell’ordine di Lenin. Nella sua squadra lavorano sei figli dei Lysenko. 

− È ora di mettersi a tavola, zii!− grida allegro.

 – È ora- fa cenno Vasilij Makarovič- ha ragione!

La mattina del giorno successivo vado in visita dal fratello Vasilij. 

Che mattinata c’è a Brovachi! Dorata, con la brina della nebbia. Che silenzio nel cortile di Vasilij Makarovič… La bianca mazanka ricoperta di paglia, le finestrelle azzurre, l’erba color smeraldo: tutto riluce della pulizia e di quella particolare freschezza che se anche dovesse tornare quest’anno sarebbe solo in un sereno giorno invernale, con l’ombra lilla sulla neve soffice e una colonna di fumo che si perde verso il cielo terso.  Ma a quel punto farà già freddo, mentre adesso fa caldo, e per di più sull’erba c’è un covone di grano e su di esso una mela rossa. È bello anche il giardino di Vasilij Makarovič, che corre in basso lungo il pendio e ha quel giusto grado di trascuratezza imposto dalla natura alle cose vive. E com’è bello lo stesso Vasilij Makarovič quando, svegliato dal mio bussare, si avvicina alla porta in una vestaglia blu. La misura è parecchio più grande di quanto richieda il suo corpo. Abbinate alla vestaglia, delle pantofole e dei calzini blu, stavolta della sua taglia. 

 – Ahi, dannata donna, – dice allegramente Vasilij Makarovič – mi ha chiuso dentro!

 – Avanti, smontiamo la porta dai cardini.

– Fosse come la porta di Man’ka la tonta sarebbe un’altra cosa, ma la mia è robu-usta! Buscate la chiave nel cortile!

E mentre io, spaventando le oche, mi metto in cerca delle chiavi, Vasilij Makrovič mi racconta da dentro casa la storia agghiacciante della porta di Man’ka la tonta…

Questo è il racconto:

 – Dalla città di Almaty, dove le mele, si dice, sembrano delle angurie, venne una giovane donna. Ed ecco che una volta raccolse una delle nostre piccole mele Calvilla e schiuse la bocca come se stesse per mangiare una grossa mela di Almaty. Ovviamente nello spazio vuoto si infilò un’ape, la punse dentro, la povera donna morì e fu seppellita prima dell’arrivo dei parenti, perché faceva caldo e c’era l’afa. Ma i parenti arrivarono, subito la disseppellirono e se la portarono via, mentre la bara, quasi nuova, la gettarono nel cimitero, dove venne trovata dalla nostra Man’ka. Questa si caricò la bara e verso sera si incamminò lungo i cespugli. Lì sentì delle voci. Le voci erano del compare di Vasil’ Makarovič e di suo fratello che, dopo aver bevuto un bel bicchierino in occasione di un premio, avevano deciso di rinfrescarsi passando accanto al cimitero. “Hai sentito dei passi?  – chiese il compare con fare guardingo  –  Venivano da qua!” “No” rispose suo fratello coraggioso e insieme senza paura (il compare e suo fratello) si insinuarono nel cimitero. Man’ka nel frattempo, sentendo qualcosa di sospetto, mise la bara a terra e ci si sdraiò dentro affinché nessuno la rubasse. E arrivarono il compare col fratello!  “oh,  – sussurrò il compare, avvicinando l’orecchio e guardando le stelle “qua c’è qualcuno che respira”. “Come no, apri” disse il fratello coraggioso  e, una volta scostato il coperchio, rimase di sasso. “E che avete visto?  – chiese Man’ka, alzandosi. “Tornate da dove siete venuti”. Il fratello si schiantò a terra svenuto. Mentre il compare in quattro e quattr’otto arrivò dalla polizia e, balbettando, raccontò tutto. Ma la polizia decise che non era il caso di verificare di notte. Andarono di mattina e non c’erano né Man’ka e nemmeno il fratello!

 – Si… – dico io, aprendo a Vasilij Makarovič con la chiave che ho trovato sotto il mastello (un recipiente tondo per lavare i panni) – ma la porta che c’entra?

 – Come che c’entra? – si stupisce il fratello Vasilij 

 Quando la polizia andò a casa sua per sequestrare la tomba, che era pubblica, lei disse: “Con quella tomba ci ho già fatto la porta”.

E Vasilij Makarovič allarga le braccia verso la fine della storia. 

Poi di nuovo entra in casa e ricompare in una giacca blu con l’ordine della Stella Rossa, ricevuto perché con due bottiglie aveva dato fuoco a due carri armati tedeschi, che allora gli sembravano enormi e adesso no. 

Si siede con delicatezza sul covone e dice: 

 – Allora, cosa facevo in guerra? Faticavo e faticavo. La mia odissea è cominciata nel ‘41 nella zona di Charkiv ed è finita nei dintorni di Budapest. Comandavo, allora, una divisione di minatori. E lì per la terza volta durante la guerra sono stato ferito gravemente. E basta. Poi mi hanno portato in un ospedale sul mare. 

 – Su quale mare?

 – Ohi, era tutto circondato d’acqua! Il mare che c’è dopo Erevan, come si chiama? Il Caspio, ecco! Da lì sono tornato a casa. Mi sono sposato una volta, poi ancora e ancora. Questa donna che mi ha chiuso dentro casa, è così bella! Ed è la quarta nell’ordine. Sono 34 anni che viviamo assieme. Ho dei figli: Viktor, Mykola, Aleksandr e Katerina. E due figliolette mi sono morte. Queste sono le cose importanti della mia vita…

Il fratello Vasilij si è affaticato per la conversazione seria e mi ha di nuovo guardato con occhi maliziosi:

 – E volete che vi racconti di quando ho quasi catturato il terzo carro armato con le mani? … No, un’altra volta. Entriamo in casa? Ci sediamo, ho tante storie da raccontare. 

La tentazione è grande, ma vado dal fratello Chtodos’, che vive dall’altra parte del villaggio. Metà strada la percorro col fratello Ivan, che è ospite da Chtodos’. 

 – Lì, sulla montagna,- il fratello Ivan indica l’altura dietro al villaggio- c’era la casa dove tutti noi siamo nati e siamo sopravvissuti alla carestia del ‘33, perché la mamma poteva tutto e il papà era capace di qualunque cosa. E ci hanno insegnato. Ed ecco,- dice con orgoglio il fratello Ivan- che adesso a casa mia io mi faccio tutti i mobili da solo: ho costruito la credenza, i comodini, il tavolo. Quasi quasi pure le macchine potevamo costruire. 

Lui accanto a qualunque motore è come a casa. Questo dalla guerra. 

Ma la guerra per lui fu “un girotondo”: da casa al Nord, verso la linea di Mannerheim . Da lì a casa. Poi giugno del ‘41, sul fronte finché non tocca spostarsi di nuovo verso Occidente da Brovachi. Poi il fratello Ivan tornò indietro per difendere Čerkasy, Lubny, Romny, Kiev. Poi, velocemente e con amarezza, non per sua volontà, di nuovo a Occidente, fino alla città polacca di Treblinka. Da lì fuggì e da solo, durante la notte per tre mesi, camminò verso Oriente in direzione Brovachi (di nuovo dalla mamma, dalla terra), e alla fine, un’ultima volta a Occidente con la sezione carristi, senza fretta ma definitivamente, fino a Vienna, e di nuovo a Oriente, verso casa, qui… Per sempre. 

Il fratello Chtodos’ ci accoglie dal centro di un ampio cortile densamente edificato. Sta in piedi, appoggiandosi su un bastone che in parte sostituisce la gamba persa nei dintorni di Budapest. 

La divisione esploratori, nella quale combatteva il fratello Chtodos’ era incappata in un campo minato. Il fratello Chtodos’ era saltato in aria, si era trovato disteso sul fangoso nevischio ungherese dello spessore di un dito, e si era accorto di non avere gli stivali. Era un dispiacere per lui che è un uomo parsimonioso. Lo avevano preso e, a quanto pare, un piede solo era scalzo, l’altro non c’era. Avevano portato su un carrello il fratello Chtodos’ senza una gamba, e lui urlava a squarciagola. Si era avvicinato un vecchietto in salute, anche lui contadino, e gli aveva detto:

“Che fai? Sei senza una gamba e urli. Puoi vivere, puoi lavorare. Di là a un uomo hanno bruciato entrambi gli occhi. Lascia che sia lui a gridare”

 – Io pensai: ha ragione. Lui sta peggio, che urli lui… E mi zittii.

Lo mandarono a curarsi a Tbilisi, lì ricevette la protesi, imparò a camminare, il tram lì sulle montagne va in verticale… 

Lo portò a casa a Brovachi un’infermiera: lo consegnò alla mamma e alla moglie. 

 – Oh, questa è la mia bibliografia. 

Tra le gioie della vita il fratello Chtodos’ annovera l’incontro notturno casuale nella trincea degli esploratori di divisione e di reggimento:

 – Sei tu, fratello Michajlo?

 – Sono io.

 – Ahh. E dove vai?

E l’esploratore di reggimento Michajlo Lysenko andava a prendere l’ordine della Gloria, solo che non lo sapeva. Quella notte lui e il compagno nelle retrovie sequestrarono ai tedeschi un autoblindo e sette uomini con un ufficiale. Il giorno della vittoria lo vide nell’ospedale di Erevan, dove arrivò dalla città ungherese di Miskolc. 

 – Si, va bene, ce n’è di cose da ricordare, – dice il fratello Michajlo.

– Venite, vi mostro il pozzo. 35 metri di profondità, qui nessuno è riuscito a scavare dei pozzi tanto profondi. 

Prende per mano i nipoti (“I figli sono a lavoro da Rjunik”) e ci avviamo. All’angolo di un terreno, non separato dalla strada (chi vuole beva o abbeveri i cavalli) un pozzo ben tenuto, con l’acqua intera…

Mi manca da vedere il decimo fratello: Andrej. Ma mi tocca andarlo a cercare a Korsun’, lui non si trova a Brovachi, perché ha promesso a qualcuno di costruirgli una stufa. Il sentiero passa accanto al consiglio d’amministrazione del kolchoz “Russia”, dove per qualche centinaio di anni (se sommati) hanno lavorato i fratelli e le sorelle Lysenko. 

“L’anno scorso abbiamo aperto la scuola dell’obbligo, adesso stiamo costruendo un asilo di 90 posti, a Brovachi c’è una nuova scuola,- mi racconta il rappresentante Ivan Vasil’evič Kovtanec. Ha un viso tranquillo e intelligente  e la decorazione che indossa è molto carina: “Primo in istruzione popolare”. Il suo kolchoz è solido, stabile. Sui fratelli Lysenko dice: “Hanno avuto fortuna, certo, è vero. Ma tutto quello che c’era da fare lo facevano: prima della guerra, durante e dopo. E nessuno ricorda niente di negativo su di loro”. 

 – State andando da Andrej. È un uomo sensibile.,  – dice Ivan Vasil’evič.

E io vado. 

 – Forse voi sapete a chi stanno montando una stufa nuova? 

 – Una stufa? Zio Andrej? Ecco, in questa casa. 

Così, chiedendo a un passante casuale, trovo il decimo fratello, Andrej. È in piedi al centro di una casa vuota e lavora. Da Iași, dove finì la guerra come soldato di fanteria, Andrej tornò gravemente ferito. La mamma lo accolse con grande gioia, “nonostante il fatto che fosse senza una gamba”. Ohi, che mamma che avevano! Magrolina, allegra, canterina e amichevole. Lavorò fino ai 77 anni, fino all’ultimo giorno, come una farfallina.

Il fratello Andrej appoggia il mattone e col dorso della mano si asciuga le lacrime. 

 – Volete sapere qual è stato il giorno più doloroso della mia vita? Quando la nostra mamma è morta.

Esce dalla casa e io resto accanto alla stufa che ha costruito e il cui segreto è estremamente semplice: bisogna, affinché il fumo nel tubo esca freddo, aver dato tutto il caldo alla casa, alle persone… 

– Ohi, le sue stufe sono così calde, –dice la padrona di casa – e proprio lui è quello che più di tutti somiglia alla mamma Evdokija Danilovna…

Ho scritto dei dieci figli di Evdocha Lysenko tornati a casa dopo la guerra, ricordando e pensando a quei figli che in guerra ci sono rimasti e a quelle madri che li hanno accompagnati e non hanno rivisto nessuno di loro o uno soltanto. “Io so – disse Tvardovskij – che non ho nessuna colpa di fronte a quelli che non sono tornati dalla guerra, di fronte al fatto che loro, chi più giovane di me, chi più vecchio, sono rimasti là, e il problema non è che io potevo ma non sono riuscito a difenderli, il problema non è quello, ma comunque, comunque, comunque…”

Nonostante questo lo accetteremo. E daremo alla madre ciò che le è dovuto, per aver cresciuto dieci soldati e cinque figlie. E sarebbe bene dedicarle un monumento a Brovachi, tanto più che era piccolina e non avrebbe bisogno di tanto bronzo.  

I fratelli Lysenko con lo sfondo del monumento in bronzo alla madre. Foto: Jurij Rost/ Novaja gazeta

P.S. Dopo aver scritto questo testo andai al kolchoz “Russia”, a Brovachi. Il rappresentante Ivan Kovtanec approvò la bozza e disse che l’ultima frase si poteva scrivere per bellezza, ma bronzo nel villaggio non ce n’era per niente, sebbene un busto di gesso o un qualche altro “monumento in memoria della madre” sarebbe stato bello da realizzare.

Una volta tornato a Mosca, trovai una lettera del direttore della fabbrica metallurgica di Dnipro Leonid Stromcov che, dopo aver letto la storia dei Lysenko, mi avvisava del fatto che i suoi operai erano pronti a raccogliere il metallo e a lavorarlo gratuitamente conferendogli la forma della madre. Trovammo anche lo scultore Konstantin Čekanov, anche lui di Dnipro, che preparò il modello. E a due anni dalla pubblicazione la figura bronzea di Evdokija Danilovna fu portata a Brovachi e sistemata su un piedistallo, su quella stessa pietra dove io allora avevo fotografato i suoi dieci figli. 

Dietro al monumento, il rappresentante Kovtanec ha piantato dieci pioppi e cinque salici piangenti (in memoria delle figlie). È riuscito bene. All’inaugurazione i figli sono rimasti col capo scoperto in memoria della madre e del fratello Vasilij, che, al giorno della festa, non è arrivato.

[1]  La mazanka era un tipo di abitazione tipica dei villaggi ucraini, fatta di mattoni e calce, col tetto ricoperto di paglia.

[2] Nel testo originale si usa il termine “chata”, che indica le case ucraine.

[3] Col termine mužik si indicano generalmente i contadini, ma anche, per estensione, gli uomini in generale.

[4] Riferimento a una fiaba slava, chiamata appunto Il cavallo dorato (zolotoj kon’).

[5] Nel testo originale si usa la locuzione “acqua viva” (živaja voda), che nei racconti popolari indica l’acqua magica che permette all’eroe sconfitto di tornare in vita. 

[6] Stoffe ricamate tipiche delle popolazioni slave, soprattutto occidentali, utilizzabili sia per usi rituali che per usi comuni. 

[7] Bande di nazionalisti ucraini, capeggiate tra il 1940 e il 1959 da Stepan Bandera.

Autore: Jurij Rost

Fonte: Novaja Gazeta, 24 febbraio 2022

Traduzione a cura di Martina Greco

Questo articolo è estratto dal N° 20 del 25 febbraio 2022 di Novaja Gazeta

№ 20 от 25 февраля 2022. Пятница