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Recensione di “Babij Jar”, di Anatolij Kuznecov

Babij Jar narra un capitolo atroce della storia ucraina, attraverso le voci e i volti di personaggi perfettamente reali, le vittime di un eccidio che non conosceremo mai, e che pure sono esistiti. In un momento in cui la memoria dovrebbe essere il bene più prezioso da preservare, leggere Babij Jar assume una nuova imprescindibile importanza.

Recensione a cura di Sara Montoli

 

Ondeggiando tra gli scaffali di una libreria di Parma, mi soffermo su un libro dalla copertina blu. Al centro vi è l’immagine di un burrone. Il titolo? Babij Jar.

La mia attenzione è completamente catalizzata: mi chiedo per quale motivo non abbia già letto questo libro, perché non ne conosca nemmeno l’esistenza, nonostante conosca piuttosto bene la storia di quel maledetto burrone – Babij Jar, appunto – e la sua importanza per il popolo ucraino. Acquisto il volume, lo leggo (e qui, in questo punto della mia breve relazione, ci starebbe bene un avverbio, ma non saprei trovarne uno adatto) e decido di scrivere questa recensione.

Il romanzo-documento nel 1965 è pronto per la pubblicazione, ma l’Unione Sovietica no. O meglio, i cittadini sovietici sono pronti eccome per questo testo, è il PCUS a non esserlo. Nel decennio successivo alla morte di Stalin, proprio quando l’URSS inizia ad assaporare uno spiraglio di libertà, quando viene addirittura concessa la pubblicazione di Solženicyn, la rivista “Junost’” (“Gioventù”) rifiuta di pubblicare il testo di Anatolij Kuznecov, autore e protagonista di Babij Jar.

L’apparato statale sovietico ammette i crimini di guerra commessi da Stalin, li condanna, ma ancora non concepisce l’esternazione di alcune scomode verità riguardanti la storia sovietica. Nessuno, di conseguenza, si sarebbe mai preso il rischio di pubblicare argomenti tabù.

Il romanzo, dunque, non viene pubblicato ufficialmente, ma questo non impedisce la circolazione del suo manoscritto, che viene avidamente consumato dai lettori sovietici. Conscio della situazione, il PCUS, un anno più tardi, decide di “contenere i danni”, ossia, decide di autorizzare la pubblicazione del libro, ma con pesanti censure, tagli e annotazioni. Il testo viene rimodulato, “disciplinato”: «il romanzo è antifascista, si limiti a censurare il regime hitleriano» [1] .

Più avanti il romanzo verrà pubblicato nella sua versione integrale naturalmente, ma l’autore deciderà di lasciare traccia, quasi a voler continuare il lavoro di diffusione dell’informazione e della verità svolto dal romanzo stesso, delle modifiche effettuate dagli editori. Per questo motivo nella versione attualmente disponibile del libro alcune sezioni del testo sono delimitate da parentesi angolari (>..<) o da altri segni.

Il romanzo, che solo romanzo non è – ma è romanzo, autobiografia, storia, epica, reportage e tanto altro ancora, prende per mano il lettore e lo conduce alla sera del 21 settembre 1941, a Kurenevka, una località che si trova nella periferia di Kiev ed in prossimità del burrone di Babij Jar. L’Informbjuro comunica la notizia che l’Armata Rossa, nonostante gli innumerevoli sforzi nella guerra contro la Germania, è costretta ad abbandonare il territorio di Kiev.

Babij Jar
Babij Jar, traduzione di Emanuela Guercetti. Adelphi, 2019.

A raccontare gli eventi al lettore è un giovane dodicenne, Tolik. Egli introduce il suo piccolo mondo in maniera amichevole e disinvolta: presenta la sua famiglia, composto dal nonno Semerik, brontolone per definizione, la nonna Marfa, dolce ed apprensiva, la mamma Marija, una giovane insegnante, ed il gatto Tit, che sembra veramente avere sette vite; poi passa ai vicini, agli amici, ai compagni di scuola, ai conoscenti, i compaesani.

Tutti al villaggio commentano l’imminente arrivo dei tedeschi. C’è chi in essi ripone fiducia, chi li vede come dei liberatori, come una via di uscita dall’opprimente regime staliniano; c’è chi al contrario nutre timore nei confronti dell’invasore nemico e c’è chi, con una certa lucidità, prevede il semplice prolungarsi di fatiche ed oppressioni. Di fatto, i tedeschi non tardano a rivelare la verità ai cittadini di Kurenevka. Sono spietati, metodici, disumani, non molto diversi dai sovietici, insomma…

L’insediarsi del potere nazista in Ucraina è scandito da ordinanze e annunci ufficiali, che Kuznecov riporta scrupolosamente nel suo libro:

Agli abitanti (a tutte le persone) è fatto divieto di uscire di casa dalle 18 alle 5, ora tedesca. Chi contravverrà a questa ordinanza potrà essere fucilato.

Tutti gli stivali di feltro in possesso della popolazione, compresi quelli per bambini, sono soggetti ad immediata requisizione.

Oggi, in seguito ad un atto di sabotaggi, come misura repressiva sono stati fucilati 100 abitanti della città di Kiev. Questo è un avvertimento. Ogni abitante di Kiev è responsabile per ogni atto di sabotaggio.

Vi è poi un’onomatopea che Kuznecov spesso riporta nel suo testo, ed è “ta-ta-ta-ta..”. Si tratta dell’incessante rumore di mitragliatrice. Proviene da Babij Jar. La zona, naturalmente, è recintata e l’ingresso è proibito ai cittadini. Ciò che vi avviene, però, è chiaro: prima tutti gli ebrei, poi gli zingari, gli omosessuali e gli attivisti sovietici; chiunque entri a Babij Jar viene inghiottito in un “ta-ta-ta-ta…” che non lascia possibilità di sopravvivenza. Nessuno fa ritorno da Babij Jar, nessuno.

Tra ordinanze e mitragliatrici, i sabotatori sovietici non se ne stanno fermi a guardare. Distruggono a suon di bombe il quartiere del Kreščatik, punto nevralgico dell’amministrazione nazista (e prima ancora sovietica), radono al suolo addirittura la Kievo-Pečerskaja Lavra, la cittadella-monastero tanto amata dai cittadini ucraini, nonché dimora di un patrimonio inestimabile di scritture antiche, chiese ed affreschi risalenti alla nascita della Rus’ di Kiev (988).

Kievo-Pecerskaja Lavra
Il monastero delle grotte di Kiev (Kievo-Pecerskaja Lavra) [Foto: Di Falin - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28074139]

“Incastrati” tra gli occupanti tedeschi, che non mancarono di avviare delle massicce deportazioni di ucraini in Germania, e le azioni degli agenti dell’NKVD – la polizia segreta sovietica – i cittadini di Kiev si aggrappano alla vita come meglio possono, vivendo di espedienti e di sotterfugi. Tolik in questo è formidabile, è un ragazzino, vuole sopravvivere e conoscere il suo futuro.

Così impara a sporcarsi le mani, ai limiti (e oltre) della legalità, si improvvisa venditore al mercato, poi salumaio. Rischia la vita in svariate occasioni, ma la sua vitalità, l’aggressività con cui si aggrappa all’esistenza e la sua furbizia, lo salvano sempre. Impara delle macabre verità che forse un ragazzino non dovrebbe conoscere e che, forse, nessuno, neanche un adulto, dovrebbe conoscere.

La storia della Seconda Guerra Mondiale è nota: l’esercito sovietico, con uno sforzo enorme, riesce a costringere i tedeschi alla ritirata. Prima di andarsene, però, i nazisti fanno sparire le tracce delle loro atrocità. A Babij Jar vi era una sezione adibita ai lavori forzati, dunque i tedeschi decidono di impiegare i detenuti in una operazione tanto metodica quanto mostruosa. Scavare nel terreno, recuperare i cadaveri di chissà quante migliaia di persone, svestirli, accatastarli, bruciarli e spargere le ceneri nei campi circostanti.

Così la memoria di Babij Jar viene cancellata per la prima volta, ci spiega Kuznecov. L’autore, negli ultimi capitoli del libro, dipinge un triste affresco di quel che resta di Kiev, dei suoi abitanti e, ovviamente, dei protagonisti del suo testo. Poi riassume al lettore quello che sarebbe stato di Babij Jar negli anni successivi alla Guerra Mondiale.

Il libro di Kuznecov racconta dunque una Kiev prostrata dalla guerra, dalla fame, dai sovietici, dai nazisti e di nuovo dai sovietici. Racconta con straordinaria umanità le vicende di famiglie, di compatrioti, di stranieri, di soldati, di uomini. Racconta di un luogo di dolore, di un luogo che non esiste più fisicamente, ma che rimane e deve rimanere nella memoria dei tempi.

E tornando all’avverbio che non sapevo trovare all’inizio di questa mia piccola recensione, ancora mi trovo in difficoltà.  Non si può leggere Babij Jar “in un certo modo”, che so, “avidamente” o “appassionatamente”. Babij Jar si legge perché già dalle prime pagine si capisce che si ha il dovere di farlo. Spero di aver fornito un quadro semplice e veritiero di questo libro. Spero che qualcuno, sbirciando questa recensione, decida di leggerlo.

 

Post-scriptum: ho letto Babij Jar ed ho composto questa recensione qualche settimana prima che si dispiegassero i tragici eventi che stanno interessando l’Ucraina e il mondo. Poco dopo, la notizia dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito della Federazione Russa ha sconvolto l’umanità.

In molti, nei primi giorni di guerra, si sono recati a Babij Jar. Forse per pregare, forse per confidarsi con chi è stato portato via da un’altra guerra, lontana eppure così uguale a questa, forse per trovare la forza per affrontare questo incubo. Di nuovo le bombe, i carrarmati, il coprifuoco, gli eserciti. Di nuovo il vuoto, la fame, la disperazione, la fuga. Di nuovo i morti, gli innocenti. Di nuovo il fallimento degli uomini, di nuovo la follia.

Com’è possibile che gli eventi raccontati nel romanzo siano oggi più che mai attuali? Com’è possibile che gli esseri umani non imparino mai da sé stessi, dalla storia, dai libri, dai racconti… com’è possibile?

Za Ukrainu (Per l’Ucraina)

[1] A.Kuznecov, Babij Jar, 2019, Milano, Adelphi Edizioni S.P.A Milano, traduzione di Emanuela Guercetti, p. 14.

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