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Recensione de “Il mio cuore è come un calice di vino amaro”, di Elizaveta Dmitrieva

All’inizio del 1900, una misteriosa poetessa, Čerubina de Gabriak, fa impazzire i circoli letterari pietroburghesi. La magnifica baronessa de Gabriak si rivela essere un’umile insegnante disabile, tale Elizaveta Dmitrieva, che insieme al poeta simbolista Max Vološin ha creato uno scandaloso alter ego letterario.

Recensione a cura di Giulia Gallo

 

Io non scrivo versi, o meglio ne ho scritti di brutti.

Čerubina de Gabriak

Abbiamo per le mani un piccolo scrigno aperto a metà tra due lingue – il russo e l’italiano del testo a fronte – e due donne: una di carne, l’altra di carta. Se la prima, Elizaveta Dmitrieva, ci è palesata dalla copertina, la seconda, Čerubina de Gabriak, esce prepotentemente dalle proprie liriche.

Čerubina de Gabriak è l’invenzione letteraria di Elizaveta Dmitrieva. Non il suo doppio, ma un’entità altera, un’anima a lei lontana per immagine e somiglianza, ma straordinariamente vicina,
come un’amica immaginaria che vive di letteratura.

In Italia pressocché sconosciuta, in patria ha goduto di un brillante attimo di fama durante l’età d’argento nei salotti dei simbolisti di cui Dmitrieva si fa beffa con la sua identità di penna. Sarà riscoperta dalla critica solo molto tardi, negli ultimi anni Ottanta.

Elizaveta DMITRIEVA
L'autrice

Una bellissima, di nobili origini dell’Europa cattolica; l’altra fragile, claudicante. Eppure, la mistificazione letteraria funziona alla perfezione, anche in quei voluti inciampi linguistici apparentemente forestieri, che però rivelano, come rileva Annenskij, una ragazza che pensa in russo.

Questo ciò che aspetta chi schiude questa piccola perla, scovata nel mare dell’età d’argento. A prendere per mano il lettore nell’approccio a questa manciata di versi è il meno lirico e più pratico impianto paratestuale, che esordisce con la stessa citazione qui in epigrafe.

Alla curatrice va il merito non solo di una traduzione che calcola le asimmetrie dell’originale, ma anche di farci scoprire l’autrice con poche parole ben dosate. Da ultimo, la premura di dotare mole liriche di note ci ricorda che, oltre la suggestione verbale, c’è un cosmo di rimandi letterari ed episodi umani di un’epoca che vale la pena di cogliere.

Nonostante la non sempre perfetta convivenza con l’autrice, nella poesia di questa identità inventata si ripetono idiosincrasie riconducibili a nessun altro se non a Čerubina. Le suggestioni offerte al lettore sono quelle di un erotismo mistico e di realia tipicamente mediterranei, primi tra tutti il vino, la rosa, il rubino e la simbologia del colore rosso, su cui si basa forse non solo l’anima iberica di Čerubina, ma anche quella russa di Elizaveta.

Liriche latine, quelle della de Gabriak, distinte per la spontaneità di una calcolata trascuratezza formale, che ne fa quasi un peccato di gola.

Elizaveta Dmitrieva
Il mio cuore è come un calice di vino amaro, traduzione di Linda Torresin. Damocle edizioni, 2019.

Giulia Gallo

Romana, classe 1996. Il mio amore per la lingua e la cultura russa nasce per puro caso, spinta dall'interesse per il diverso e l'ignoto, stimolata lungo il cammino da docenti e persone meravigliose. E alla fine, è il russo che ha conquistato me. Dopo la laurea triennale in Lingue e Letterature Moderne a Roma ho avuto l'occasione di trascorrere, nell'ambito della magistrale, il tanto desiderato semestre a San Pietroburgo nel 2019; ho avuto l'ennesima conferma che la strada intrapresa era quella giusta. Non resta che continuare a percorrerla, colmando la nostalgia con la pratica traduttiva e continuando ad imparare, guidata da interminabile curiosità.