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Recensione de “L’albergo dell’alpinista morto”, di A. e B. Strugackij

Un albergo di montagna tagliato fuori dal mondo da una valanga. Una compagine di ospiti a dir poco peculiari. Una leggenda sinistra e un ispettore di polizia in vacanza. In questo libro ci sono tutti gli elementi dei grandi gialli classici, ma gli Strugackij hanno altri piani per i lettori.

Recensione a cura di Giulia Cori

 

L’ispettore Peter Glebski decide di ritirarsi per una meritata vacanza in un confortevole albergo di montagna. Niente indagini, niente truffatori ed evasori fiscali da intercettare. Per tutte le due settimane di ferie, Peter Glebski vuole dedicarsi solo e solamente agli sci e a gustosi cordiali in compagnia dei suoi compagni di vacanze, una volta tornati al caldo.

L’albergo “Dall’alpinista morto” si chiama così in onore di un suo illustre (?) pensionante, tragicamente perito in una scalata su un picco poco distante. Il proprietario, l’enigmatico Alek Snevar, intrattiene spesso i suoi ospiti con bizzarri racconti sulla presenza che ancora abita l’albergo, nella stanza del fu alpinista, da quel terribile giorno lasciata intatta, tale e quale com’era, con tutti i suoi averi e le sue tracce.

Glebski pensa, in prima battuta, che si tratti di un po’ di sano e bonario folclore, al massimo di una furba trovata pubblicitaria di Snevar. Ma col passare dei giorni anche lui deve ricredersi, davanti a dei piccoli, insignificanti episodi, che però risultano di difficile spiegazione. È solo l’anticipo di una serie di stranezze, sempre più frequenti, che l’albergo riserva ai suoi ospiti.

Nel complesso, il gruppo che condivide gli spazi dell’albergo è a dir poco interessante: a parte Glebski, s’incontrano i du Barnstoker – un anziano prestigiatore ancora in piena forma scenica e sua/o nipote, un tipetto androgino e ribelle –, i Moses – magnate ubriacone e rivoltante lui, una bellezza ammaliante la sciocca moglie –, Simonet – fisico brillantissimo dalla risata agghiacciante, arrampicatore estremo e snervante –, Chinkus – un piccoletto riservato che passa buona parte della narrazione seduto con una bottiglia sul tetto… Solo per citarne alcuni.

Inevitabilmente, trattandosi di un giallo, le cose si mettono nel peggiore dei modi quando una terribile valanga isola del tutto l’albergo e in una delle stanze viene rivenuto un cadavere. Neanche a dirlo, le ferie di Glebski finiscono in anticipo. Chi altri, se non un ispettore di polizia, può risolvere un omicidio commesso in una camera chiusa dall’interno, dove non si rinviene nessuna traccia di una seconda persona oltre il cadavere?

Albergo alpinista morto
L'albergo dell'alpinista morto, traduzione di Daniela Liberti. Carbonio editore, 2022.

Se questo fosse stato un giallo canonico, Glebski sarebbe l’eroe che simboleggia l’ordine in una realtà in cui è temporaneamente subentrato il caos. Ma Arkadij e Boris Strugackij non fanno che menarci per il naso dall’inizio, con la loro costruzione apparentemente rigorosa.

Come spiega la postfazione di Boris – immancabile appendice che Carbonio fortunatamente non manca di inserire in ogni romanzo dei fratelli Strugackij – il tentativo degli autori è quello di sparigliare il genere. La vera vittima è, in sostanza, il giallo. Se il libro fosse uscito con il titolo che gli Strugackij avevano scelto inizialmente, Ancora un requiem per il romanzo giallo, forse per i più arguti tra noi (tra i quali non mi annovero) la soluzione sarebbe stata lampante.

Invece la narrazione è squisitamente riconoscibile, perfettamente coerente con il giallo della migliore tradizione, quello che a me, personalmente, piace moltissimo. Per questo gli estimatori del genere non potranno non apprezzare l’ambientazione in cui gli Strugackij ci immergono beffardamente all’inizio della storia. Ma poi le nostre convinzioni crollano una dopo l’altra, in un precipitare di eventi e personaggi che ci ingannano sul loro conto e poi si rivelano, lasciandoci a dir poco perplessi.

Non scenderò troppo nel dettaglio per evitare incresciosi spoiler, ovviamente. La postfazione e la nota della traduttrice Daniela Liberti su cosa succede Quando le regole saltano fungono da perfetti assistenti testuali, perciò si consiglia vivamente di non saltarne nessun passaggio.

Decisamente non ci si trova di fronte ai migliori Strugackij, ma questo è stato preventivato proprio da loro. Dalle parole di Boris apprendiamo che L’albergo dell’alpinista morto nasce come tentativo, tentativo stilistico di facile diffusione in un’epoca in cui la coppia di scrittori non riusciva a pubblicare quasi nulla in patria. E Boris sentenzia nettamente che il tentativo è fallito, che nella loro volontà di sovvertire il genere, si sono spinti troppo in là, e il genere stesso gli è sfuggito di mano.

Ma agli Strugackij si perdona con facilità, perché sono tanto intelligenti da riconoscere candidamente il fallimento, e da poterlo spiegare senza ricorrere ad alcuna scusa. Non è una questione di talento, e questo bastano gli altri titoli del loro personale catalogo autografo a testimoniarlo (QUI potete trovare cosa è stato ristampato negli ultimi anni da Carbonio editore). È che quando la letteratura diventa esperimento, come spesso accade, succede anche di fallire.

E se il fallimento è godibile quanto L’albergo dell’alpinista morto, allora chapeau! Il libro scorre agevolmente dall’inizio alla fine, la caratterizzazione dei personaggi è riuscitissima ed avvincente, gli avvenimenti che si susseguono sono abbastanza intricati da tenere l’attenzione sempre alta, fino al culmine del finale, del tutto imprevedibile e concitato.

Alla fine gli Strugackij ebbero comunque problemi per pubblicare il romanzo. Sebbene la trama non presentasse ostacoli di tipo sovversivo, contro il Paese, gli autori non si erano impegnati abbastanza. La storia mancava totalmente, secondo gli editori, di ispirazione patriottica comunista. Non c’era abbastanza lotta di classe, mancava un messaggio politico in fondo a questo giallo ambientato su monti geograficamente indefiniti.

Inoltre, alla censura non piacevano proprio gli antagonisti. Che razza di nemici erano dei banali gangster, come se ne sarebbero potuti trovare dappertutto? In un libro russo non c’era spazio per i gangster, non erano abbastanza cattivi, ma soprattutto non mettevano abbastanza in luce loro, i russi. Se pensate che sembri assurdo contestare gli antagonisti di un’opera di fantasia come poco costestualmente e strumentalmente rilevanti per la causa, aspettate di sentire l’alternativa imposta agli Strugackij per pubblicare il libro.

“Neonazisti”. Buffo, vero?

Giulia Cori

Nella mia migliore tradizione, ci è voluta una laurea in letteratura inglese per farmi apprezzare quella russa. Considero la letteratura russa e il suo modo di vedere il mondo semplicemente incantevoli.