Recesione di “Ribelli d’Europa”, di Alberto Simoni

Da Visegràd all’invasione ucraina: l’Europa (dis)unita e le sfide che attendono un Occidente non così omogeneo.

Recensione a cura di Mariano Acquaviva

Prepotentemente attuale. Così potrebbe essere definita “Ribelli d’Europa”, l’opera di Alberto Simoni che si propone, in modo ambizioso, di esaminare “i figli illegittimi” dell’Unione Europea, cioè i quattro Stati (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che danno vita al gruppo di Visegràd, un patto che, seppur all’ombra del gigante europeo, ancora esiste e accomuna le quattro nazioni sopracitate.

Figli di un dio minore, dicevamo. E non solo per colpa delle scelte poco liberali o a volte dichiaratamente illiberali (come affermato da Victor Orbàn nella citazione riportata sulla quarta di copertina) compiute dai loro leader, ma anche per la condiscendenza con cui l’Unione Europea si rivolge loro.

L’opera di Alberto Simoni ha il grande pregio non solo della tempestività (di questo abbiamo già detto) ma anche della capacità di immedesimarsi nelle esigenze e nei valori di Stati che hanno dovuto dapprima subire la dittatura comunista per poi ritrovarsi, poco dopo la caduta dell’Urss, catapultati in una nuova realtà, a metà tra il desiderio di “occidentalizzarsi” e quello di non smarrire nuovamente la propria identità.

Ciò è reso evidente dalla disamina della situazione ungherese e polacca: a Ovest la promessa dell’abbondanza, a Est il vecchio padrone da cui allontanarsi. È stato quindi facile correre verso occidente, tra le braccia dell’Unione Europea e della Nato.

Una favola a lieto fine? Non proprio. La guerra in Ucraina ha messo in evidenza le tremende incongruenze tra i valori propugnati dalle organizzazioni sovranazionali europee ed atlantiche e le ambizioni di rivendicare una propria indipendenza, una sovranità a lunga calpestata.

L’Autore ci fa capire come le pretese del gruppo di Visegràd, se a prima vista possono sembrare del tutto inaccettabili, in base a una logica interna sono la diretta conseguenza di una storia che, per lungo tempo, ha brutalizzato quelle popolazioni.

È sufficiente pensare alla Polonia, che è passata dalla tragedia nazista a quella comunista senza praticamente soluzione di continuità. Ecco allora come risulti comprensibile che una sovranità violata per decenni rifiuti di “sciogliersi”, come una zolletta di zucchero nel caffè (similitudine più volte impiegata dallo stesso Autore), all’interno del sogno di un’Europa sempre più unita e omogenea, quasi federale.

Di qui le recrudescenze nazionaliste osteggiate dall’Unione Europea e dai singoli Stati Ue. Basti pensare che, con l’invasione ucraina già cominciata, il presidente francese Emmanuel Macron ha attaccato il primo ministro polacco MateuszMorawiecki definendolo un “antisemita di estrema destra”, con riferimento alle posizioni di estrema chiusura nei confronti delle persone Lgbt.

Sì, perché Polonia e Ungheria sono accomunate da alcuni cardini su cui si regge la politica interna: famiglia, cristianità, lotta all’aborto e alla cultura Lgbt. Il contrasto con l’Europa occidentale è evidente.

Secondo alcuni teorici di Visegràd, l’Unione europea, nella sua foga espansionistica, non sarebbe meno totalizzante dei regimi sovietico e nazista, ad esclusione ovviamente del ricorsoalla violenza. Per la precisione, la colpa dell’Ue sarebbe quella di voler imporre il liber(al)ismo come unica forma di economia e di governance; una pretesa inaccettabile, soprattutto per Ungheria e Polonia.

La guerra inauguratasi il 24 febbraio 2022 con l’invasione dell’Ucraina ha però mostrato le profonde crepe all’interno del gruppo di Visegràd. Ancora una volta, le due potenze del patto, Ungheria e Polonia, rappresentano l’emblema di quanto appena detto: da una parte l’Ungheria, che non vuole interrompere i rapporti con Mosca ma anzi è intenzionata a incrementarli (tanto da essere più volte indicata come il “cavallo di Troia” all’interno dell’Unione); dall’altro la Polonia, fieramente antirussa, pronta perfino alla guerra pur di impedire a Putin di estendere i confini della sua nazione.

Ecco quindi come il gruppo di Visegràd, sorta di Unione europea dell’est, mostri le stesse spaccature che esistono all’interno dei 27, pur contando solamente quattro partecipanti.

Insomma: i “Ribelli d’Europa” alzano la voce e l’Ue non può fingere che non ci siano, soprattutto dopo averli accolti nella loro struttura sovranazionale. L’opera di Simoni ci apre gli occhi e ci mostra un’Europa non unita. Che il sogno stia svanendo?

Non era facile districarsi fra i gemelli polacchi anche perché quel che pensava uno, l’altro lo condivideva. Antigay, pro-guerra in Iraq, adir poco scettici sul potere taumaturgo del libero mercato, smaccatamente pro-life (volevano vietare l’aborto anche alle vittime di stupro) ma favorevoli alla pena capitale.