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Un villaggio che non esiste

  • Categoria dell'articolo:Politica

Cosa sta succedendo oggi nel villaggio natale di Ruslan Gelaev mentre lui vaga tra le regioni più inaccessibili della Georgia?

La seconda guerra cecena ha scritto diverse pagine nella recente storia del nostro Paese. Pagine paragonabili a quelle delle vicende legate agli eventi di Guernica e Chatyn’ in termini di numero di morti, distruzione, sangue versato e di conseguenze per il mondo che ci circonda. Una di queste pagine, indubbiamente, porta il nome di “Komsomol’skoe”.

Che cos’è Komsomolskoe? Una volta era un villaggio piuttosto grande nel distretto ceceno di Urus-Martanovskij, a sette chilometri dal centro amministrativo. Qui ci vivevano migliaia di persone, c’era un ospedale, una discoteca, dei negozi che si snodavano tra bellissime strade collinari e una vista sulle montagne quasi come in Svizzera. Tuttavia, in mezzo a tanti, nel villaggio di Komsomolskoe è cresciuto anche un uomo che fa di nome Ruslan e di cognome Gelaev. Quest’uomo, in particolare, ha deciso il corso della storia futura del villaggio e il destino di migliaia di persone. Era l’inizio del mese di febbraio del 2000 quando le truppe federali distrussero Komsomolskoe, subito dopo l’arrivo della banda di Gelaev nella zona. 

L’assedio durò un mese dopo di che, a marzo, sia Gelaev che i federali decisero di ritirarsi ognuno nelle proprie “stanze”, lasciando il villaggio letteralmente privo di tutto, trasformato in una fantasmagorica struttura fatta di ceneri, rovine e recenti tombe.

Un uomo, un suggerimento

Camminando lungo quella che era la Central’naja Ulica, tutte le sensazioni sfumano in uno strano sentimento di incredulità rispetto a ciò a cui si sta assistendo. Da un lato il deserto inanimato lasciato dalla guerra, uno spudorato silenzio sospeso, dove nemmeno gli uccellini hanno il coraggio di cantare; il che significa che nessun suono della natura fa da sottofondo. Dall’altro lato sembra di stare sulla scena di un film dell’orrore: di tanto in tanto, da qualche parte, si sente una voce…

               Dalla strada battuta compare un uomo. Non indossa solamente vestiti che sono ormai ridotti in stracci, ma lui stesso è uno straccio. Vedendolo si capiscono già molte cose. Probabilmente con lui la tubercolosi si è data un bel da fare e adesso arranca per la Cecenia come fosse “Papà Machno” (in riferimento ad una famosa canzone di epoca sovietica in cui il protagonista, Nestor Ivanovych Machno, è il comandane di un esercito indipendentista ucraino durante la guerra civile russa del 1917–1922, N.d.T)

– Lei vive qui?
– Questa una volta era la via Rečnaja.

Fa dei cenni con la mano verso la boscaglia da cui è venuto fuori.

– Chi state cercando?
– Qualcuno
– Eccomi. La strada è completamente deserta. In tutto dicono siano tornate 150 famiglie al villaggio. Ma nessuno ha una casa.
– C’è qualcuno a capo dell’amministrazione? Un qualche Consiglio del villaggio?
– No, non c’è niente del genere qui. Ce la caviamo da soli.
– Com’è possibile?
– Non c’è, tutto qui. Probabilmente da qualche parte penseranno che questa comunità non esista più. Si dice che dopo l’assalto Komsomol’skoe sia scomparso dalla cartina geografica.
– Mostratemi la vostra casa.
– Non c’è più nemmeno lei.
– E dove vivete?
– Nella stalla.

L’uomo si chiama Magomed Dudušev. Viene fuori che siamo nati nello stesso anno e questo ci fa sentire più vicini: un tempo abbiamo respirato la stessa aria, sfogliato gli stessi libri di scuola.

Magomed ha una famiglia numerosa: sua moglie Lisa, sei figli e sua madre. Oggi la vita della famiglia Dudušev è tutta concentrata in una minuscola izba di mattoni (tipica abitazione rurale russa abitata dai contadini, N.d.T) costruita quella stessa estate. Quella che un tempo era la loro casa si trova accanto, distrutta da un colpo che l’ha centrata in pieno. Le rovine sono state accuratamente ricoperte con una cerata di colore blu, tra quelle distribuite a Komsomol’skoe per conto delle Nazioni Unite.

– Certo, preferirei distribuissero materiali da edilizia, qualcosa di utile per ricostruire la mia casa. Dopotutto noi non possiamo essere ricostruiti, ne ora ne mai. Qui nel villaggio vivono solamente le persone più povere e con le famiglie più numerose, che non sono in grado di arrivare nemmeno fino all’Ingušetiya. Quindi non mi resta che tenere i miei calcinacci al riparo dalla pioggia, in attesa di tempi migliori. Tutto può ancora cambiare all’improvviso

Dice Magomed, mentre tossisce affannosamente. Sarà sicuramente tubercolosi.

– Cos’avete mangiato per pranzo?
– Non abbiamo pranzato.
– A colazione?
– Del tè e pane di mais.

 Osservare da vicino i piccoli della famiglia Dudušev fa paura: gli stessi corpi sciupati come quello del padre. Inoltre, vivere tra le macerie vuol dire avere problemi con l’acqua, con il riscaldamento, con i fili elettrici che pendono da chissà dove, pronti all’uso per aspiranti suicidi. Occhi affamati, guance scavate, piedi scalzi e vecchi vestiti strappati vanno a completare il quadro dell’odierna generazione dei giovani di Komsomol’skoe.

Come la maggior parte dei ceceni che cercano di sopravvivere oggi in Cecenia, i Dudušev sono una famiglia dall’animo triste e dai pensieri malinconici. Il presente non sanno immaginarlo, hanno speranza solamente in un futuro dove la raccolta di mais farà da protagonista. La piantagione inizia proprio dal fienile, ora come ora solo questo raccolto sembra poter in qualche modo influenzare il corso delle loro vite, completamente devastate dalla guerra.

 – Lasciamo una parte del mais come provviste per l’inverno- dice Lisa- Il resto lo vogliamo vendere per comprarci una mucca, per non morire di fame. Le due mucche che avevamo sono morte durante l’assalto. Da allora è arrivata la miseria, i bambini non hanno più nulla da mangiare. Di tanto in tanto ci portano la farina per conto del Consiglio danese (ONG umanitaria fondata nel 1956, oggi lavora in più di trenta paesi del mondo, tra i quali la Cecenia., N.d.T) come se qui fossimo in Danimarca, ma nient’altro. Nessun altro aiuto umanitario, da parte di nessuno. Con i soldi che guadagneremo dal raccolto dobbiamo comprare le scarpe ai ragazzi, non vedete, sono scalzi.

 Del resto, il vestito di Lisa avrà almeno mezzo secolo, non si distingue più neppure il colore.

– Tutto quello che avevo è andato distrutto nelle fiamme.

Lei intercetta lo sguardo. È evidente che Lisa sia una ragazza giovane e bella, ma ora accorgersene è quasi impossibile.

– Non ho nulla con cui cambiarmi…

Naturalmente la famiglia Dudušev non ha ricevuto alcun risarcimento per le loro proprietà andate in fumo durante i combattimenti, tantomeno per la casa. Da parte delle autorità non c’è stata nemmeno un’allusione a questo proposito, riguardo azioni di sostegno in seguito a un qualsiasi atto di guerra, del resto lo stesso concetto di autorità è piuttosto vago a Komsomol’skoe. Come se fosse normale vivere come vivono loro ora.

Oggi in Cecenia l’ideologia della sopravvivenza è definita in modo piuttosto conciso: vivi come vuoi e se non vuoi, non vivere. E se nel primo caso l’autorità non ti è d’aiuto, nel secondo lo sono solamente forza e speranza. Detto questo, la famiglia Dudušev sembra appartenere a quella categoria di persone di cui si discute con enfasi dai podi più alti delle tribune di Mosca e Groznyj. Per la burocrazia rappresentano il modello positivo di ceceni: non sono fuggiti in Ingušetiya, non hanno richiesto un posto nei campi profughi o periodici aiuti umanitari, vivono nella loro terra… Sembra quasi che aiutare i Dudušev, e le altre famiglie come la loro, significhi obbligare anche gli altri, quelli che vivono nelle tendopoli (gli esempi negativi) a guardare in faccia la realtà costringendoli, senza ulteriori richieste, a fare rientro nelle loro repubbliche di origine.

Ah no. Il destino della famiglia Dudušev di Komsomol’skoe e la loro condizione, tipica di coloro che vivono da queste parti, non sono stati influenzati dall’ideologia dei piani alti, sebbene la disperata vita a cui sono costretti oggi gli abitanti di Komsomol’skoe non possa essere comunque paragonata alle pesanti condizioni in cui vivono migliaia di persone emigrate contro la loro volontà. In effetti, la vita della famiglia Dudušev non può nemmeno essere riconosciuta come tale: loro poggiano sul fondo, lì dove prendono vita le inclinazioni e i pensieri più cattivi, e da quel fondo non tutti riescono a riemergere.

Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Natal’ja Estemirova, vicino al tribunale di Grozny. 2005. Credit: livejournal.com

Bambini

Isav, il figlio più grande di Magomed, dopo aver visto ciò che hanno fatto i russi, ha smesso per principio di parlare russo, sebbene la sappia, come confermano i suoi amorevoli genitori. Così facendo ha messo gli altri nella posizione di dovergli fare da traduttori, mentre lui scuote il capo con astio, in segno di estrema ostilità, per poi borbottare qualcosa tra sé e sé e scappare, correndo veloce su quei suoi talloni scalzi. 

– Niente scarpe nemmeno per i più grandi. Neanche un paio – Continua di suo Lisa.

La prima cosa che ti viene da pensare quando quei talloni sprezzanti partono come dei fulmini è: “corro a prendere un fucile, nascosto da qualche parte”. Ah, quanto odio si nasconde dietro gli occhi di Isy (Diminutivo di Isav., N.d.T.) in quei suoi movimenti, perfino in quella sua testa cocciuta che, seduto accovacciato, scuote in modo provocatorio. Che disgrazia.

Tuttavia la colpa non è di Isy. Il mondo dei ragazzi ceceni di oggi è fatto di una serie incessante di orrori che si susseguono davanti ai loro fragili occhi: la costante partecipazione, da anni, ai funerali di parenti e amici, morti ingiustamente: è questo il principale avvenimento che accompagna la loro crescita. E poi naturalmente le conversazioni che quotidianamente sentono dagli adulti su chi è morto, chi è ancora vivo, di chi è stato trovato il cadavere, come è andata la retata, per quanto qualcuno è stato comprato dai federali. Il risultato è che sulle labbra e sugli occhi delle nuove generazioni di ceceni c’è tutto quel rancore che vediamo camminare tra le città e i villaggi ceceni. Le domande sono sempre le stesse: perché la Russia ha chiesto un minuto di silenzio per le vittime della tragedia americana (in riferimento alle vittime dell’11 settembre 2001, N.d.T.) e mai nessuno ha chiesto niente per le nostre morti innocenti? Perché così tanto baccano quando la città di Lensk è stata spazzata via (in riferimento all’alluvione che colpì la cittadina russa di Lensk nel 2001, distruggendola quasi completamente, N.d.T.)e Šojgu (ministro per le situazioni d’emergenza dal 1994 al 2012., N.d.T.) diede la sua parola al Presidente stesso, promettendo che avrebbe ricostruito interamente da zero la città (e mantenne la promessa!) e invece in Cecenia è stato tutto distrutto e nessuno promette niente a nessuno? Ma soprattutto, perché nessuno nemmeno lo pretende?

– Mi hanno sparato! Lo capite?! –  dice ancora Isa.

La generazione più giovane di ceceni, quelli che frequentano ora le superiori o che si sono appena diplomati, è quella per cui vivere qua è più difficile. La lotta per l’indipendenza con Dudaev? Loro l’hanno vista. La prima guerra cecena? L’hanno sentita. La seconda? L’hanno combattuta. Cadaveri? Infiniti. Il prezzo della vita umana? È diventato zero. La cosa di maggiore importanza? Nascondersi in tempo dagli uomini con i Kalašnikov.

La sorella più piccola di Isy, la quattordicenne Zarema, si mostra accondiscendente durante la chiacchierata, ma è di poche parole, ha un fare caparbio. Nessun cenno di socievolezza, nessun desiderio di comprensione per un essere umano che proviene da un mondo diverso dal suo. In lei c’è come un pensiero ossessivo, una tendenziosità. Se il fratello maggiore, infatti, fa già parte della resistenza, la sua sorellina è ossessionata dal pregiudizio. Cosa posso spiegarle io della vita? Aveva quattro anni quando Dudaev annunciò che non c’era bisogno che le ragazzine studiassero. Sette quando scoppiò la prima guerra cecena. Dodici quando rasero al suolo Komsomol’skoe. Ha assistito a tutto con i suoi occhi, anche quando l’esercito non ha lasciato al suo popolo altra possibilità che difendersi o morire. È per questo che ha dei lunghi conti in sospeso con la realtà che ha intenzione di rivendicare.

La distruzione che ha subito il popolo ceceno durante il terzo anno della seconda guerra cecena stavolta è impossibile da nascondere e tutte le domande oggi convergono su una questione: come affrontare questa distruzione? Chi può riuscirci? Come convincere i propri bambini che domani sarà meglio di ieri? Anche se questo diventa vero solo quando tu stesso ci credi.

Lisa cerca di ridimensionare la situazione, lei è cresciuta in epoca sovietica, con un’educazione sovietica e per lei questa è la normalità nella storia cecena contemporanea: la generazione di mezzo è sempre più fedele di quella pi# giovane, di coloro che stanno crescendo ora o che sono già cresciuti. Ma la diplomazia quando sei madre non funziona: i ragazzi sono tosti. Chi continua a sorridere è solamente la nonna, che è sopravvissuta agli anni della repressione e degli sfratti, che ha fatto più volte la fame e sa cosa vuol dire fare avanti e indietro dal vivere una vita normale al sopravvivere alla morte, per poi rincontrarla di nuovo.

Fiori

È ora di salutarsi. Isa non tornò più, né con il fucile né senza. Il povero Magomed, l’ennesimo uomo ceceno umiliato dalla vita, incapace di fare qualcosa per la sua famiglia, se ne sta lì al centro con le mani basse, vuoto come un barattolo di vetro pronto per essere riempito di cetriolini.

– Vuole andare a far visita ai vicini? Qui affianco, in quella che era via Nagornaja? Dalla vecchia Savnapi? Non c’è più nulla, solo fiori. Però sono molto belli.

Savnapi Dalaeva in realtà non è una vecchia, ma una donna nata nel 1944 con bellissimi lineamenti e profondi occhi grigi. Ma ha una bocca completamente priva denti, una pelle coperta di ferite, una recinzione trasformata in un setaccio dai bombardamenti, e al posto della sua casa non sono rimasti nemmeno i calcinacci, come a Magomed, ma solo la nudità di una fondamenta che a stento si è conservata. Tuttavia, tutto intorno e dentro ad essa, da Savnapi c’è effettivamente un magnifico e inaspettato giardino, quello che nei libri di giardinaggio viene chiamato un “giardino roccioso”. Un miracolo nato dalle pietre per enfatizzare la loro austerità grazie al fascino dei fiori.

E per Savnapi invece? Le sue pietre erano orribili e così ha semplicemente deciso di coprirle.

Le persone si stanno piano piano riunendo. Non ho mai visto da nessun’altra parte una magrezza umana così limpida, come a Komsomol’skoe. Chiacchieriamo: in una famiglia ci sono due persone invalide, un malato mentale e un asmatico. In una seconda famiglia di nuovo un disabile, questa volta però è un bambino. Nella terza tutti gli uomini sono stati uccisi.

– Galaev vi sta aiutando ora? Sostiene il vostro villaggio?

Ridono, – “Ci ha già aiutato. Vedi con i tuoi occhi come ci ha sostenuto”. E quando le risate si interrompono, le donne aggiungono alcune brevi e chiare parole: “Che sia maledetto”. Con chiunque io abbia parlato, tutti mi hanno risposto così. Come giudici all’udienza finale.

Nessuno toglie la responsabilità della completa distruzione del villaggio alle truppe federali che hanno condannato migliaia di persone alla povertà, alla fame, alla malattia, ad essere dei senzatetto. Nessuno toglie la responsabilità del generale Trošev. Del presidente Putin, capo supremo delle forze armate. Di tutte quelle persone che dopo aver squarciato un organismo vivente, non hanno fatto il minimo sforzo per riparare al loro danno…Ma hanno continuato, ancora, ancora e ancora… Nella storia seconda guerra cecena Galaev occuperà un posto perfino peggiore di quello di Erostrato (pastore che diede alle fiamme il Tempio di Artemide ad Efeso al fine di passare, in qualche modo, alla storia., N.d.T.) Galaev ha abbandonato il suo popolo nella disgrazia e non sta più con loro, il suo popolo ormai è al di fuori di lui. Alla fine è tutto molto semplice nella vita: fai qualcosa? Paghi per esso. Basta non pensare che i soldi…

Anna Politovskaja, Villaggio Komsomolskoe, Cecenia, 08.10.2001

Fonte: Novaja Gazeta, 08.10.2001  di Anna Politkovskaja, traduzione di Ottavia Zuin

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